
Riferendosi ad una stella Van Gogh richiama la visione perdurante nella nostra percezione sensibile di un corpo celeste estinto di cui apprendiamo l’esistenza attraverso il veicolo della luce. E da allora chiudendo il cerchio potremmo affermare che la malattia è un veicolo luminoso, un mezzo di percezione accellerata degli impulsi che ci giungono costantemente dall’universo parallelo del nostro inconscio,da quella dimansione interiore, non localizzabile e definibile, a cui destiniamo il nostro ascolto più profondo quando dobbiamo orientare le nostre scelte.
[…]Chiudi il tuo occhio fisico così da vedere l’immagine principalmente con l’occhio dello spirito.
Poi porta alla luce quanto hai visto nell’oscurità, affinché si rifletta sugli altri, dall’esterno verso l’interno.[…]
Così si esprimeva mezzo secolo prima di Van Gogh un altro grande artista: Caspar David Friedrich, due vite accomunate dalla solitudine; ma mentre Van Gogh fu solo perché alienato dagli uomini, Friedrichfu solo perché deliberatamente abbandonò gli uomini, rifuggendo nel proprio silenzio malinconico; e non meno del primo dovette soccombere al dolore scaturito da quelle percezioni accelerate che come lapilli incandescenti e laceranti emergevano improvvisi dall’oscurità alla luce della rivelazione.
L’amico Carus scriverà dopo la morte di Friedrich: “ Si erano venute sviluppando idee fisse, evidente anticipazione della malattia […]alla quale dovrà soccombere, che minarono la sua vita […] Essendo diffidente, tormentava sé e gli altri […]in un vaneggiare insensato ma che lo assorbiva completamente”.
Come la mappa astrale ha costituito il riferimento dei navigatori e dei viandanti per determinare la propria rotta e le proprie traiettorie, così l’universo interiore è la mappa emozionale a cui rivolgiamo il nostro sguardo per determinare e correggere i nostri percorsi esistenziali, soprattutto quando il contatto con la vita ha lo spessore effimero e vibrante di una membrana.
Non a caso ho evocato questi due artisti, osservando, attraverso le proprie sensibilità opposte, il coagularsi di quel concetto che noi chiamiamo Arte e che nella propria assoluta indefinitezza costituisce la specularità concava di uno schermo riflettente di cui l’omologa specularità convessa è quanto noi chiamiamo Malattia o se preferite, ancora, Dolore. In fondo tale lente deformante avvolge, talora avvinghia il mondo, come uno specchio ustore, una macchina di intensificazione della verità. Non è un caso che il destino dei malati di mente sia stato regolato socialmente con l’allontanamento, la reclusione, la violenza, l’annullamento, la scomparsa. Non è un caso che nelle fasi di oblio della civiltà gli artisti siano stati perseguitati, l’Arte colpita nel tentativo di distruggere l’identità morale di società umane nella forma più alta ed incondizionata della propria libertà espressiva.
E’ proprio il senso di libertà espressiva che vorrei ancora richiamare alla vostra attenzione. Perché forse è divenuto un luogo abusato. Esprimersi liberamente è facoltà di tutti gli esseri viventi, è conciliazione delle differenze, esaltazione della differenza quale condizione di unicità nell’armonia del molteplice, costruzione fondante dell’altro dentro di me, il cui riconoscimento prelude, attraverso l’identità del mio referente, alla possibilità effettiva che si realizzi uno scambio comunicativo libero e totalizzante.
Esprimersi liberamente è: “possibilità di una libera espressione”, che presume un interlocutore,è la condizione di un fluire da e verso di me. Inoltre, mutando l’ordine dei fattori, “possibilità di una libera espressione è riformulabile come “libera espressione di una possibilità”. Vale a dire espressione di ciò che potrebbe essere, espressione di un sogno, di un progetto, di un’utopia.
Immaginarci diversi, diversa l’umanità determinare che la sofferenza è un punto di forza della crescita morale di una comunità sociale e non la sua vergogna, il dolore è pura energia riconvertibile e non dispersione entropica, che il pensiero creativo o divergente è un diritto da tutelare e da cui apprendere il segreto della trasformazione delle cose che da transitorie divengono eterne, valori per tutti e di tutti, beni universali.
Prof: Nicola Farina
Istituto Statale d’Arte Edgardo Mannucci di Jesi