La scelta di un nome.
Capo Horn
Una leggenda, una realtà.
Metaforicamente Capo Horn è la nostra vita e gli oceani in burrasca gli ostacoli di essa... Siamo marinai inesperti che cercano di sopravvivere…
di Rachele Mancinelli
Citerò ora un pezzo del brano
introduttivo di “Capo Horn” di Francisco Coloane
"A Capo Horn due grandi oceani, il Pacifico e l’Atlantico, si scontrano in un
incessante duello. Secondo una leggenda marinara, il diavolo è rimasto
incatenato sul fondo di questo tratto di mare in perenne tempesta. I pochi
uomini che si avventurano oltre l’estrema frontiera, dove finisce il mondo,
ingaggiano una strenua lotta per la sopravvivenza contro una natura spietata e
al tempo stesso grandiosa, sublime, apocalittica. La solitudine è un nemico
subdolo, corrode l’anima corrompe la mente!"
Capo Horn non è solo un posto, l’Oceano Atlantico e quello Pacifico non
sono semplici oceani.
Metaforicamente Capo Horn è la nostra vita e gli oceani in burrasca gli
ostacoli di essa.
Perché proprio questo nome per un giornale? Forse leggendolo lo capirete
da soli, ma mi sono presa il compito di spiegarvelo. Nel nostro giornale,
quando scriviamo, disegniamo, facciamo foto, buttiamo su un pezzo di carta le
nostre emozioni e sentimenti, paure e speranze, è come se transitassimo Capo
Horn.
Dunque Capo Horn è un luogo dove gli oceani si scontrano tra loro,
generando le correnti pericolose dei pregiudizi, delle discriminazioni,
dell’indifferenza, del rifiuto e della falsità, che ci impediscono di vivere
con normalità, accettando la nostra fragilità di esseri umani. La gente è
ipocrita e falsa, ambigua, ottusa come quel diavolo che si cela sotto il mare.
E’ anche vero che come il demone che si agita sotto gli abissi, la gente si
agita, tira fuori gli artigli e tutto ciò che ha in suo potere per evitare il
malato di mente. Demoni incatenati a pregiudizi (leggete la storia di
Francesca!). Pregiudizi dettati dall’ignoranza di gente che non lotta per
venir fuori da qualcosa come la malattia mentale, che non ha il coraggio di
stringerci la mano, che magari va in chiesa tutta vestita a festa e poi ci
evita. Sono loro gli oceani che noi dobbiamo superare quando si innalzano e ci
investono con l’etichetta di pazzo. Capo Horn!!! Tutti noi ragazzi abbiamo
paura. Il vento ci trascina lontano dalla nostra meta. O forse Capo Horn sei
tu che stai leggendo questo giornale? Ponitela questa domanda, come ce la
siamo posta noi. Dove c’è la burrasca non c’è quiete e noi ne abbiamo bisogno.
Siamo marinai inesperti che cercano di sopravvivere.
Vi dice niente ora Capo Horn? Come si poteva chiamare se non così un
giornale di gente che lotta contro l’oceano dell’intolleranza? Noi abbiamo la
mente di bambini sognatori e alcuni di noi non sanno neppure cosa sia Capo
Horn. Ma crescendo, sviluppando dentro l’esperienza comunitaria dei servizi
riabilitativi le nostre capacità di sopravvivenza, ci costruiremo navi
inaffondabili e con l’aiuto di chi già ha conosciuto l’inquietudine degli
oceani di Capo Horn e ha sentito il diavolo urlare, usciremo vincitori da una
battaglia contro le intemperie della vita quotidiana. Leggete con attenzione
questo giornale. Noi non siamo lo scarto della società, ma l’essenza della
vita .
Editoriale del numero 0
AUGURI CAPO HORN !
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Claudio Sbaffi
Perché Capo Horn? Perché una rivista periodica da fare con il massimo coinvolgimento possibile non solo degli operatori, ma anche e soprattutto degli utenti di un Servizio di Riabilitazione, dei loro congiunti e di chiunque abbia interesse?
Questo di Capo Horn è il numero zero, numero sperimentale, che inevitabilmente nasce da un ambito particolare. Ma già vorrebbe travalicarne la soglia, prevedendo per i suoi lettori una tribuna aperta, anzi stimolando interventi e contributi. La rivista, realizzata in cinquecento copie, viene distribuita gratuitamente e si rivolge all’utenza in carico presso il DSM, ad altri DSM di ASL vicine, alle altre strutture aziendali dell’ASL (ospedali, distretti, poliambulatori), agli enti pubblici del territorio dell’ASL, alle associazioni, ecc.
Il fine o il desiderio di Capo Horn è allora quello di dare una dimensione sociale alla “malattia”. Il “malato” può acquisire un diritto di cittadinanza sociale nel momento in cui può esprimere i bisogni, le capacità, le idee, gli affetti, i sentimenti e riprendere a intessere legami con la società su un piano di parità; d’altro lato la società può fare i conti ed occuparsi dei suoi disagi, familiarizzando e accettando le figure, da sempre inquietanti, del diverso, già occultate e internate, comprendendo che, come rimarcava Heidegger, non si dà mai un io isolato senza gli altri, in quanto l’esser-ci equivale al con-essere, pur nell’assenza o nella disconoscenza del tu; infine gli operatori, informando e documentando esperienze, possono cogliere meglio la dimensione territoriale del loro lavoro e la necessità di una maggiore collaborazione, allo scopo di sfruttare tutte le risorse dei soggetti e dell’ambiente.
Perciò auguri Capo Horn!