Nel dicembre del 2000 si è costituito ufficialmente l’associazione denominata A.N.P.I.S.(associazione nazionale polisportive
Per l’integrazione sociale). Si tratta di una associazione cui aderiscono 40 associazioni polisportive diffuse su gran parte del territorio nazionale e che progressivamente, a partire dalla prima metà degli anni ’90 ,si sono costituite come strumento di promozione sociale e di lotta alla marginalità adottato in diversi settori dello svantaggio psicosociale. Le polisportive sono nate da prima a partire dall’attività di operatori e utenti di servizi pubblicie cooperative sociali del settore della salute mentale, per poi essere costituite anche da chi affrontava i problemi del disagio giovanile e della tossicodipendenza. La Toscana e’ stata il luogo d’origine di tale prospettiva di azione sociale, tant’e’ che e’ stata la prima realta’ a costituire un coordinamento regionale, che oggi annovera 27 polisportive iscritte. I contatti che queste polisportive hanno saputo instaurare, come pure gli scambi fra gli operatori coinvolti ed i colleghi di altre localita’ nazionali, hanno avuto la capacita’ di stimolare la nascita di molte altre progettualita’ intonate da una medesima internazionalita’. Il motore moltiplicatore di una simile progettualita’ puo’ essere riconosciuto in una precisa prospettiva teorica e pratica circa il significato di parole chiave come “prevenzione” e “promozione della salute”. Consideriamo le suddette parole chiave essenzialmente coincidenti , o meglio consideriamo il problema della prevenzione confluire e tramutarsi, se si vuole essere efficaci, in quello della promozione della salute e questa, a sua volta, tradursi operativamente in metodi di costruzione di minoranze attive e cioe’ di cittadinanza partecipata. L’obiettivo della prevenzione e’ essenzialmente una modificazione delle condizioni ( materiali, ecologiche, sociali, culturali e psicologiche che influiscono sulle biografie personali e sui destini di tale biografie che tali condizioni contribuiscono a determinare, come pure sulle biografie collettive – e, cioe’, sulla storia sociale di gruppi reali. Il problema che si pone e’ il metodo attraverso cui produrre una simile modifucazione. Problema che va affrontato considerando alcuni dei piu’ significativi fattori di rischio per, e di protezione da, evenienze patologiche e di disagio, psicosociale, secondo quanto riportato da una vasta letteratura internazionale : 1) Le ricerche multicentriche dell’ organizzazione mondiale della sanita’ indicano come il sostegno sociale sia uno dei principali fattori predittivi positivi del decorso della schizofrenia. Essendo il sostegno sociale una funzione della rete sociale delle persone, questo dato evidenzia la necessità di costruire il legame sociale come uno dei cardini della cura. 2) Il sostegno sociale è, per altro, considerato uno dei fattori di prevenzione del disagio psicosociale in generale è posto come concetto centrale per la produzione di salute da discipline come la psicologia di comunità e la psichiatria sociale. 3) Lo stigma sociale connesso alla malattia mentale, così come alle varie forme di devianza, costituisce un fattore di rischio e di cronicizzazione: da una parte, allontana i soggetti in stato di bisogno dalle organizzazioni di cura- cosa che produce un ritardo tra insorgenza di configurazioni patologiche e possibili interventi terapeutici; dall’altra, alimenta i circoli viziosi della marginalizzazione. 4) La disoccupazione si pone sia come prodotto di situazioni patologiche e/o di “devianza sociale” – e, va sottolineato, dello stigma che lo accompagna – che come fattore di esclusione. Considerando quanto sin qui esposto, l’azione delle polisportiva si declina secondo le seguenti prospettive: a) la scelta organizzativa, l’associazionismo, costituisce una forma naturale di aggregazione fra persone in funzione di obiettivi condivisi. Essa, cioè, si configura come modalità culturalmente sancita di produzione di legame sociale, che negli anni si è dimostrata l’attrice di spazi di condivisione e di sostegno tra i soci coinvolti. E’ da sottolineare, inoltre, che l’associazionismo proposto e rivolto a tutta la cittadinanza, non costituendo cioè degli spazi separati fra “normalità” e “malattia”; fattore, questo, che cosatituisce una delle precondizioni di un qualsiasi reinserimento sociale. b) lo stigma è l’attribuzione di (dis) valore che accompagna il dispiegarsi di un pregiudizio. Il pregiudizio, tuttavia, di per sé non costituisce una deformazione del processo di conoscenza, ma semplicemente e basilarmente la forma dell’approccio reale , nel senso della preconoscenza (senso comune) che si viene a costruire nelle persone in riferimento ad una certa èorzione della realtà all’interno di determinate condizioni strutturali. Da questo punto di vista, quello del pregiudizio è una dimensione che accomuna la comunità (nell’ambito di una sostanziale non-interazione con la malattia mentale in quanto realtà che continua ad essere separata), gli operatori dei servizi( nell’ambito di una interazione professionale con i propri utenti, che si declina negli ambienti separati della clinica e dei contesi protetti) e i familiari (nell’ambito di una interazione che si dispiega progressivamente, in assenza di possibilità alternative, nell’alternanza tra mura domestiche e luoghi della cura/assistenza).
Le polisportive hanno costituito e costituiscono uno spazio comune, “intermedio” fra i luoghi della cura e quelli della “normalità”, che, coinvolgendo direttamente la comunità (sia nelle sue dimensioni individuali che istituzionali) e configurando una specifica strutturazione dell’ interazione fra “normalità” e “malattia”, ha permesso e permette: - a quote considerevoli di cittadinanza, di interagire direttamente e concretamente con le dimensioni della sofferenza e del disagio psicosociale, permettendo di rivalutare pregiudizi e connesse attribuzioni valoriali (stigmatizzazioni). Questo, chiaramente, non ha significato eliminare né la sofferenza/malattia, ne’ le difficoltà/disabilità delle persone seguite dai servizi, ma sicuramente ha contribuito a riformulare le attribuzioni di pericolosità, stupidità, imprevidilità, e asocialità, che spesso sono associate alla malattia mentale o ad altre forme del disagio.riformulazioneche non è sostituzione di un pregiudizio negativo con uno positivo ma verifica- caso per caso e momento per momento-dell,equilibrio fra sofferenza\malattia\ necessità di supporto e assistenza e salute possibilità di interazione e scambio, -aquote di familiari di interagire con il parente malato in situazioni che impegnano quest,ultimo in attività sociali finalizzate cui anche lui contribuisce in varia misura e quindi di riformulare le proprie aspettative oltre le dimensioni di assistenza e contenimento quotidiani, -agli stessi operatori,di ricredersi non tanto sui livelli di sofferenza \ patologia vissute dagli utenti, ma sicuramente sulle quote di salute che essi possono esprimere, permettendo cosi di riformulare le loro aspettative sul paziente, in senso più specifico, i progetti terapeutici.c.se si allarga il valore patogeno della disoccupazione a tutte quelle situazioni e ruoli caratterizzati da impropduttività sociale, o meglio da una non contribuzione al senso sociale compessivo e quindi da morte civile, le polisportive hanno costituito e costituiscono dei mezzi attraverso cui le persone svantaggiate8spesso completamente esromesse dal circuito economico produttivo)hanno potuto partecipare direttamentre ad attività sportive, sociali, ecologico-ambientali,culturali e dunque recuperare una propria significatività sociale.spesso queste attività si sono inscritte in una progettualità da terzo settore, da parte delle polisportive. Tale attività,hanno costituito la via attraverso cui le polisportive si sono poste come associazioni in grado di ottenere finanziamenti da parte di enti pubblici per attività di utilità pubblica.in senso stretto quindi le polisportivew hanno permesso di procurare micro redditi e e\o redditi temporanei per i propri soci. Infine, a volte, tali progettualità sono confluite nella costituzione di vere e proprie cooper<ative di tipo B e quindi nella
Costruzione di lavori stabili. A questi aspetti, va infine aggiunto che le polisportive, nel loro costruire occasioni sportive non competitive, svolgono un duplice ruolo: da una parte, specificatamente per i soci svantaggiati, permettono la riscoperta della dimensione del corpo e della sua cura (con tutti i ritorni diretti in termini di prevenzione della salute fisica); dall’altra in generale, contribuiscono al movimento dello “sport per tutti” recuperando quote di popolazione estromesse o non interessate dalla pratica sportiva competitiva. Per tutte queste ragioni, le polisportive si sono costituite come modalità concreta di promozione della salute e di lotta ai processi di marginalizzazione di varie fascie di popolazione a rischio. Questo è il senso che, negli anni, le polisportive anno acquisito, andando a costituire ad un tempo: opportunità progettuale nell’ambito della cura e presa in carico della malattia mentale e di altre forme del disagio e della devianza e modalità comunitaria di promozione di forme attive di cittadinanza. Le varie realtà nazionali, per altro, presentano situazioni differenziate in funzione delle situazioni strutturali locali, dell’esperienza maturata dagli operatori e dai soci in generale, del rapporto che si è potuto istituire tra Istituzioni sociosanitarie/operatori impegnati in simili esperienze/polisportive. I coordinamenti regionali, prima, e l’Anpis, in un secondo momento, sono stati gli strumenti attraverso cui le polisportive hanno cercato di condividere esperienze e progettualità, di maturare modi condivisi d’azione e saper-fare comuni di organizzazione.