Con l’uscita del primo numero di Capo Horn, inizia la pubblicazione a puntate di una storia elaborata dentro un nostro Gruppo, costruita a più mani e popolata di magia, di colpi di scena, di formule alchemiche, di pesci fatati, di principi, regine, chirurghi e protomedici...
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a cura di Paolo Ripanti
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'era una volta un albero di pino che, dopo essere vissuto per quattrocento anni, crollò a terra, colpito da un fulmine. Un ramo carbonizzato finì disgraziatamente sulla testa della principessa Rosalba, che se ne andava a passeggio. Tramortita, barcollò, cadde nelle acque limacciose del lago e scomparve.
Era l'anno 635 della Vecchia Era, un anno di dolore e di sventura. Tutto il regno ne fu sconvolto e in particolar modo il re, che corse presso la riva del lago, ma vi rimase pietrificato, ridotto ad una piccola statua di fronte all’enorme pino abbattuto.
E dalla statua sgorgarono copiose le lacrime, ultimo residuo di umanità del re, che formarono un rigagnolo fino al lago. Le lacrime attrassero numerosi pesci fatati che, attorniando il corpo della principessa, lo fecero riaffiorare sulla superficie dell'acqua fino a quando non scomparve di nuovo. Fu così che padre e figlia rimasero soli e separati per anni in quel luogo arcano, dove nessuno poteva avvicinarsi e dove l'immenso pino giaceva e li tratteneva prigionieri. Neppure gli animali osavano avvicinarsi a quella sponda del lago. Né l'acqua né tanto meno il fuoco avevano il potere di scalfire il pino, che continuava a scottare nonostante fosse stato colpito dal fulmine già da molto tempo. Tutti sapevano ormai che il fuoco non aveva il potere di consumarlo: dentro di sé il pino possedeva il colore rosso dell'energia e la sua anima incandescente non cessava di emanare una luce argentea, che rendeva schiavi tutti gli esseri viventi che osavano avvicinarlo.
Lento trascorse il tempo. L'oblio fu alla fine più forte della paura e del timore di ciò che è strano e diverso. Sulla sponda del lago ora c’erano due statue, una di un uomo maturo e l’altra di una giovane donna, che le acque, ritiratesi, avevano lasciato scoperta sul bagnasciuga. Nessuno ricordava più chi rappresentassero, nessuno ricordava più perché fossero rimaste abbandonate lì su quella sponda. L’enorme legno, piazzato vicino, sembrava aver racchiuso nelle sue profondità misteriose le magiche energie che lo pervadevano. Ricoperto di licheni, muschi, attaccato dai funghi e nascosto dalle erbe, fu anch’esso dimenticato, finché un mattino, caricato su un grosso carro, lasciò le sponde del lago.
Trascorsero ancora altri anni ed ora possiamo dire che questo legno divenne tante cose nell'arco della sua lunghissima vita, viaggiando in moltissimi luoghi dall'azzurro mare del sud alle montagne innevate del nord. Divenne architrave, catapulta, un ponte, un ariete da combattimento, una croce: sostenne vecchie mura logorate dal tempo, sputò pietre e palle di fuoco contro fortezze ed eserciti nemici, unì sponde opposte di uno stesso fiume, sfondò massicci portoni, strinse in un abbraccio mortale colpevoli e innocenti.
Ma arrivò il giorno, e ciò accade sempre, prima o poi, in cui il pino cominciò a
sentire la stanchezza per essere stato usato in tante occasioni. Tante mani,
sapienti e non, lo avevano sottomesso e plasmato a loro piacimento, procurando
in tutto il reame tante lacrime, sangue, dolore e sudore. Era stato forte ed
inavvicinabile. Era stato vittima del potere che lui stesso aveva malignamente
esercitato, imprigionando il re e la principessa. E tutto questo, con il passare
dei secoli,gli aveva dato tanta solitudine.
(fine I cap.)
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CAPO HORN DICEMBRE 2000 18