S T I G M A LA FACCIA DELL’ESPULSIONE, LA FORZA DI REAGIRE.
Storia di Francesca
Pubblichiamo volentieri un nostro articolo, già ospitato dal quindicinale locale “Jesi e la sua Valle” e sottoscritto dagli Operatori dell’SRR-CD. Intervenimmo lì per far conoscere un fatto concreto di discriminazione sociale, patita da una nostra ospite nel momento in cui si mise in cerca di un appartamento per andarvi ad abitare.
Visto il Vostro lodevole interessamento al disagio psichico e sociale, trattato anche ultimamente sul numero pasquale di “Jesi e la sua Valle” con un’ intervista al dott. Beccaceci, abbiamo scritto questa breve storia: sia allo scopo di illustrare concretamente quanto affermato nell’ intervista dal dott. Beccaceci sul rischio che il lavoro sanitario risulti zoppo e svanisca in mancanza del supporto sociale, sia per denunciare lo stigma che si infligge al “diverso” e che è frutto di paure e pregiudizi ed in particolare della cultura manicomiale, di cui la nostra società è tuttora pervasa, benché siano stati da poco festeggiati i 20 anni della legge 180.
La nostra storia ha un personaggio principale di nome Francesca, nome di fantasia, ma dietro il suo nome esiste una persona reale, una donna sui trent’anni, ed una storia vera.
Francesca doveva essere dimessa dall’S.R.R. (Servizio Riabilitativo Residenziale del Dipartimento di Salute Mentale dell’ ASL n. 5 con sede a Jesi in via Contuzzi), dove era residente da circa un anno. Il lavoro di riabilitazione svolto con l’aiuto degli operatori stava dando i suoi frutti e Francesca poteva ora pensare ad una casa sua, dove accogliere le persone più care e gli amici, e ad una vita autonoma come quella di tutti gli adulti. A volte era assalita da vecchie paure, ma poi riprendeva coraggio: doveva farcela, era una scommessa con se stessa e con chi la sosteneva e le dava fiducia. Dal recente inserimento lavorativo poteva trarre in ciò motivi di conforto e di orgoglio: se la stava cavando bene e non si trattava di un lavoro tanto per dire, era lo stesso lavoro che sostenevano le altre operaie normalmente assunte e che lei svolgeva per quattro ore.
Aveva trovato perciò una casa in affitto presso un’agenzia immobiliare di Jesi, firmando una proposta di locazione e versando una caparra. Ma, dopo più di due mesi e poco prima del tempo pattuito per prendere possesso della casa, i titolari dell’agenzia rifiutano di concederle l’appartamento, perché in sostanza hanno “scoperto” che Francesca è una malata psichiatrica. Non valgono le garanzie economiche sottoscrivibili da un familiare di Francesca, non valgono le assicurazioni sanitarie addotte dagli operatori. Francesca è una malata psichiatrica!
Sì! Per molti anni Francesca ha lottato invano contro un nemico invisibile e implacabile che l’ha resa debole e instabile emotivamente, svuotandole di senso la vita e trasformandole in mostri i fantasmi dell’infanzia. Ma da un anno a questa parte, con l’aiuto degli operatori, Francesca lentamente ma costantemente migliora, tanto che la sua lotta non è più senza speranza, anzi sembra avviarsi ad una positiva conclusione.
Il nemico, la malattia mentale, la follia o la depressione od esaurimento che dir si voglia, è da tempo se non battuto, almeno sotto controllo. Insicurezza, mancanza di autostima, autolesionismo, immaturità psicologica, trappole relazionali che la invischiavano, sembrano ormai depotenziate.
Purtroppo, un altro nemico, che non abita la psiche di Francesca ma è diffuso nella nostra società civile, ha nuovamente attaccato Francesca ed insidia la sua migliorata salute. Questo nemico, questo agente patogeno, si chiama pregiudizio e discriminazione gratuita contro chi appare diverso, altro, fuori da una pretesa normalità. Esso nasce dall’ignoranza e dalla mancanza di coraggio, conduce alla paura, al rifiuto e all’ingiustizia.
Come può Francesca combatterlo e superarlo? Certo, dovrà ancora lavorare per
rafforzare ulteriormente la sua personalità, ma che bel giorno sarebbe per
Francesca quel giorno in cui non ci sarà più questa specie di pulizia
antropologica del “sano di mente” contro l’”alienato”, perché nel frattempo
noi tutti abbiamo compreso “il rifiuto - come scrive il filosofo Umberto
Galimberti - ad avere a che fare con i matti non reclusi, e soprattutto il
terrore di ciascuno di noi di mettersi a confronto con la propria follia”.
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CAPO HORN DICEMBRE 2000 14