EDITORIALE                

 

UN'UTOPIA È SEMPRE 'QUASI' REALIZZATA

 

Prendendo ispirazione dalle parole che ci scrive una lettrice-navigante, esiste della psichiatria un’immagine idealistica-utopica, che tuttavia deve restare in rapporto dialettico ed empatico con un’immagine realistica, se non si vuole dare semplicemente l’altra e bella immagine della solita disinformazione terroristica, fatta dai massmedia.

 

Paolo Ripanti

 

Da alcuni anni, con varie iniziative, numerosi soggetti che si occupano di tutela della salute mentale nella Vallesina, quali  il Dipartimento di Salute Mentale, gli ideatori, promotori e sostenitori della rassegna “Malati di Niente”, l'Amministrazione Comunale hanno cercato di combattere con sempre maggiore energia lo stigma e il pregiudizio che condanna all'esclusione sociale le persone affette da disturbi mentali.

In particolare l'Associazione “Asiamente”, in sempre più stretta collaborazione con il Centro Sollievo ed il Centro Diurno del Servizio Riabilitativo del DSM di Jesi,  producono queste pagine di Capo Horn nell'identica convinzione che tentare di cambiare la sensibilità della gente sia determinante per migliorare la qualità della vita... di tutti, non solo degli utenti della Psichiatria. Con Capo Horn si tenta così di dare un'immagine diversa di coloro che soffrono di disturbi mentali, sottolineando prima di tutto la loro umanità, che non viene intaccata dalla malattia. Quadri, poesie, cronache delle vicissitudini quotidiane degli ammalati, hanno consentito ai lettori di scoprire, al di là del sudario delle diagnosi, uomini e donne autentiche con le loro storie, le loro debolezze e fragilità, i loro atti di coraggio. La tecnologia poi ci ha aiutato con nostro sito Internet (www.asiamente.it

) e più recentemente con la web radio TLT (www.radiotlt.it) del Centro di Aggregazione Giovanile di Jesi, che ospita la trasmissione “Le onde di Capo Horn”, tanto che le storie del nostra rivista arrivano ovunque ci sia un pc connesso alla Rete, per cui  non è raro che qualche intrepido navigante incroci le nostre rotte, come ad esempio sta facendo Roberta da qualche giorno, che ci fa sapere fra l’altro che abbiamo “realizzato un'idea utopica” con le nostre “semplici testimonianze che trasudano di una forte energia e speranza”.

Ecco, allora, ci siamo: nel momento in cui riusciamo a dimostrare che la Psichiatria non è solo un problema insolubile, spesso fastidioso ed a volte minaccioso, ma che, al contrario,  può rappresentare una sorta di laboratorio di relazioni umane, spesso estreme o al limite, ma comunque mai prive di un loro fascino e di una loro bellezza, all’interno delle quali si possano vivere anche - perché no? – sentimenti di piacere, ecco, è a questo punto, che noi abbiamo una grande responsabilità. Quando, finalmente, qualcuno comincia a conoscere ed apprezzare alcune nostre idee e a condividerle, noi abbiamo la responsabilità di proteggere una nuova cultura che sta nascendo. Proteggerla da cosa?

Ma evidentemente dal malinteso che tutto sia bellezza, piacere e fascino e che l’utopia sia realizzata e, soprattutto, che lo sia una volta per tutte! Non dobbiamo mai dimenticare che ciò che Roberta ci comunica con tanta generosità deve essere interpretato come uno stimolo a procedere su una certa direzione e non come un punto di arrivo. No, cari lettori e naviganti, l’Utopia è sempre ‘quasi’  realizzata, mai essa è compiuta. Non dobbiamo spargere sogni ed illusioni, o meglio possiamo farlo se questi hanno il significato della speranza, ma nello stesso tempo dobbiamo trasmettere un’immagine realistica del disagio mentale e di come si possa affrontarlo. Quelquasi’ significa che noi dovremo sempre continuare a confrontarci con i problemi, con la paura, con l’inefficienza, con l’apatia ed anche con la violenza. , avete letto bene: con la violenza.

In effetti questi ultimi mesi sono stati scanditi da episodi di violenza, che si sono verificati nell’ambito del nostro servizio. Ogni tanto succedeva qualcosa! Certo nessuno alla fine si è fatto male, nessuno è stato ferito, però alcuni operatori sono stati minacciati fisicamente, sono stati utilizzati corpi contundenti per spaccare vetri, porte o altri oggetti. Perfino i ladri ci hanno fatto visita! Si è trattato di episodi quasi sempre teatrali ed eclatanti, poco consistenti rispetto all’integrità fisica delle persone coinvolte, ma di grande impatto emotivo.

E ci hanno dato da pensare. Come mai più cose facciamo  (lavoro, sport, gruppi di convivenza, collaborazioni a vari livelli con le famiglie e tante altre iniziative, che qui sarebbe troppo lungo elencare), più qualcuno sente l’esigenza di sfasciare il parabrezza dell’auto del personale o di agitare un coltello in faccia a qualcuno? Perché quando sembra che le cose vadano bene, quando si mettono in piedi tante iniziative, si aprono nuovi servizi ed opportunità, quando si cerca di andare oltre la malattia per riscoprire l’individuo, quando, appunto l’Utopia è ‘quasi’ realizzata, esplode la violenza?

Forse i nostri pazienti ci hanno voluto dire che siamo andati troppo oltre, mettendo da parte la malattia, ma anche l’individuo malato. Forse abbiamo tirato troppo la corda delle nostre possibilità come équipe di lavoro, infilando attività, gruppi ed iniziative una dietro l’altra, senza fermarci mai per rispettare il Programma delle (Sacre) Attività. Siamo forse diventati troppo rigidi ed abbiamo perso la capacità di stare assieme in modo gratuito. Abbiamo smarrito la voglia di lavorare come un sottogruppo degli operatori solidale e gli utenti che si rispecchiano in noi hanno cominciato a vedere brutte facce. Facce da spaccare, appunto… Alla nostra iperattività hanno risposto con l’apatia, alla nostra professionale oblatività hanno risposto con violenza. Forse dobbiamo rianimare quell’equilibrio fondato sull’empatia tra operatori e utenti. Forse siamo andati troppo veloci, con noi  che siamo in cima a conquistare la vetta e loro  che stanno ancora ai piedi della montagna.

Per questo gli input che ci inviano i lettori e i naviganti di Capo Horn sono preziosi, in quanto si saldano a quelli che ci mandano gli utenti. I primi con i loro giudizi pur positivi (ma anche con le loro richieste di aiuto ed attenzione) ci fanno comprendere che dobbiamo evitare il rischio di dare un’informazione fuorviante, dove tutto va sempre bene, come se fossimo l’altra faccia della medaglia della solita dis-informazione terroristica fatta dai mass-media, che parla solo ‘del dramma della malattia mentale’  e quasi esclusivamente in relazione ad episodi di violenza e/o di criminalità; i secondi che ci gridano con il pugno chiuso: “Io esisto e ci rassomigliamo, voi ce lo avete mostrato, ricordatevi di noi e… Aspettateci!

Così il cerchio si chiude, ma con l’Utopia che rimane giustamente fuori, bella e ‘quasi’ realizzata.