ORIENTARSI ASSOCIAZIONE ATENA
CON INTELLIGENZA E FORZA
Il Gruppo dei Familiari dei pazienti psichiatrici di Jesi è passato attraverso varie esperienze formative: a cominciare dal 1996, quando nasce come gruppo di supporto psicologico nell’ambito delle prime esperienze di riabilitazione presso i servizi psichiatrici, con caratteristiche quindi di auto mutuo aiuto; per poi maturare la consapevolezza del proprio ruolo di interlocutore e promotore sociale, come testimoniano la sua partecipazione alla formulazione provinciale del “Progetto Sollievo” o la sua adesione nel 2002 all’Associazione Asiamente; fino alla recente costituzione in un soggetto autonomo e legalmente riconosciuto con la fondazione dell’Associazione Atena, avvenuta nel gennaio 2006. Abbiamo invitato la sua rappresentante Enrica Matteucci al Centro Sollievo per parlarne e rilasciarci questa intervista.
A cura di Gabriella Tiribelli per il Gruppo scrittura CD-Sollievo
G: Perché avete scelto il nome “Atena”?
E’ una bella domanda. L’ho proposto con forza io, perché a me piace molto la mitologia greca. Atena, nata dalla testa di Giove, era la dea dell’intelletto e quindi dell’intelligenza ed era anche la protettrice dei guerrieri. Quindi io ho legato queste due cose assieme, perché noi familiari dobbiamo essere intelligenti, cioè mettere a frutto la nostra intelligenza per aiutare i nostri cari, e soprattutto essere dei guerrieri per combattere lo stigma.
G: Quando è nata l’Associazione Atena?
L’Associazione si è iscritta all’Ufficio del Registro il 16 gennaio 2006.
G: Da chi è stata fondata?
E’ stata fondata da varie famiglie che hanno in casa qualche familiare con disagio psichico. Dopo un lungo conoscersi nelle varie riunioni di supporto ai familiari, è venuto fuori un bisogno di associazione per essere più forti, per avere più potere e più voce anche nella politica che gestisce questo disagio.
G: L’opera dell’Associazione Atena dove si colloca all’interno del territorio?
Nati da poco, ancora dobbiamo essere attivi in modo sostanziale. Per il momento abbiamo fatto un lavoro di controllo su alcuni servizi ed abbiamo partecipato ad alcune iniziative pubbliche, come la festa dell’Unità o le fiere di san Settimio. Ci stiamo muovendo. Io come rappresentante dell’Associazione faccio parte del Tavolo Regionale della Salute Mentale, quindi quando questo si riunisce io porto i problemi che ci sono qui a Jesi.
G: Qual è secondo lei il ruolo della famiglia all’interno della società?
Ha un ruolo molto importante, perché molto spesso la storia del disagiato viene raccontata proprio dalla famiglia, la quale è una forza all’interno di quello che può essere l’aiuto per il disagiato. Diciamo che c’è il medico ma anche la famiglia, perché il medico senza famiglia non potrebbe fare niente, come la famiglia da sola non potrebbe fare niente.
G: Quali sono le finalità che l’Associazione si propone di raggiungere?
Prima di tutto far star bene i nostri cari, poi anche un aiuto tra di noi. Quando ci riuniamo come associazione, si parla di qualche problema da risolvere ma molto spesso vengono fuori i nostri problemi con i nostri cari con disagio. E’ sì una riunione organizzativa, ma molto spesso si arriva all’auto mutuo aiuto.
G: Dove e quando si riunisce l’Associazione?
Ci riuniamo in questa stessa sede del Centro Sollievo il terzo venerdì di ogni mese.
G: Che cosa ne pensa l’Associazione della legge 180?
Dopo il brutto fatto accaduto a Monsano, mi sono arrivate alcune lamentele sulla legge. Alcuni hanno detto che forse era meglio quando c’erano i manicomi. Io e la maggior parte dei familiari non siamo assolutamente d’accordo, perché c’è la possibilità di far vivere una vita normale o comunque dignitosa a chi soffre. Il manicomio è una tomba, dove la persona è come se fosse morta. Tutto quello che è venuto dopo la legge 180, con tutti i suoi difetti, ha permesso alla persona di vivere. All’inizio della malattia si vive male, perché noi familiari non conosciamo e non capiamo subito quello che sta succedendo. Poi però, se c’è sinergia tra il medico, i familiari e la collaborazione del ragazzo, si può arrivare a buoni risultati. Siamo l’unico paese europeo che ha abolito i manicomi e lo trovo come un progresso non indifferente in confronto con gli altri Stati. Sicuramente la legge potrebbe essere migliorata, ma meglio così che com’era prima. Il carcere secondo me è meglio del manicomio, perché in manicomio sai come entri ma non sai come esci, mentre in carcere se entri delinquente uscirai delinquente. Io ho avuto sia esperienza di manicomio che di carcere psichiatrico e credo sia meglio il secondo.
Paolo: Siccome si è parlato di famiglia, che sicuramente è una risorsa, abbiamo visto che molti nostri pazienti nel loro percorso non è bene che rientrino in famiglia. Perciò si stanno sperimentando nuove forme di convivenza, di cui si parla anche sui giornali per altri motivi. L’Associazione Atena cosa pensa di queste nuove forme di convivenza, che anche il Dipartimento di Salute Mentale cerca di favorire?
Io posso dire il mio punto di vista. Sono molto favorevole a questo tipo di esperienza, perché credo che comunque, se vogliamo portare una persona di nuovo all’interno della società, sarebbe bene, se è possibile, portarlo fuori da una istituzione. Perciò sono d’accordo con il percorso dei gruppi appartamento. E vorrei tanto che il mio caro possa fare questo percorso: ce la stiamo mettendo tutta e anche, nell’eventualità del fallimento, io credo che bisogna ugualmente provarci e soprattutto crederci. Poi se non andasse bene, cercheremo di fare meno danni, però è una tappa del percorso per ritornare all’interno della società.
INCHIESTA INSERIMENTI LAVORATIVI
Istituzioni pubbliche e private insieme per dare lavoro
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Spesso le leggi ci sono ma non vengono applicate o applicate in modo insufficiente e inadeguato. Perché questo non avvenga per la legge 68 del 1999, che afferma il diritto al lavoro anche per le persone che si trovano in situazioni di difficoltà, e anzi perché questa legge nazionale possa avere una sua concreta ed efficace realizzazione anche nel nostro territorio, nel 2004 alcuni enti pubblici locali hanno stabilito un “accordo di programma”, che istituisce tra l’altro la figura dell’”operatore della mediazione”. Dal febbraio 2005 questa figura, per il DSM, è ricoperta dal dott. Massimo Tangherlini, psicologo psicoterapeuta. Proprio a lui Capo Horn si è rivolto per parlare dei dispositivi di inserimento al lavoro per le persone affette da disturbi mentali. Da precisare che l'accordo di programma è scaduto in data 31 dicembre 2006, ma è in fase di rinnovo per ulteriori due anni. Nel nuovo Accordo non sono previste modifiche significative, se non per quel che riguarda il funzionamento del Nucleo operativo. Da gennaio 2007 la direzione del Nucleo è stata affidata al Coordinatore dell'Ambito Territoriale IX Riccardo Borini
A cura di Gabriella Tiribelli, Marzia Pennisi,
Paolo Ripanti e Claudio Sbaffi
Che ruolo svolge all’interno del Dipartimento di Salute Mentale?
Collaboro con il Dipartimento di Salute Mentale come operatore della mediazione negli inserimenti lavorativi, quindi il mio ruolo è quello di dare una mano agli operatori già esistenti per favorire e trovare quelle soluzioni possibili per gli inserimenti lavorativi, cioè mediare fra le varie istituzioni: Asur, Comuni, Centro per l’Impiego e le aziende, cioè fra tutti i soggetti implicati in questa tematica degli inserimenti lavorativi.
Che significa “inserimento lavorativo”?
E’ una cosa molto grande e complicata. Ci sono delle leggi che noi cerchiamo di applicare. Parte dal fatto che una persona seguita dal Dipartimento di Salute Mentale viene reputata dal medico che lo tiene in cura in grado di poter iniziare a lavorare o si pensa che il lavoro possa essere un aiuto terapeutico per questa persona. Quindi partiamo per andare a vedere che tipo di lavoro questo ragazzo può essere in grado di svolgere e a che livello: cioè se all’inizio deve essere un lavoro che lo occupa per poco tempo e con mansioni semplici, perché il ragazzo di più non può fare - in questo caso si tratterebbe di un avvio di lavoro che si spera possa durare nel tempo - o se è già pronto per un lavoro vero e proprio. Quindi gli inserimenti lavorativi sono su più livelli, applicando le leggi di cui parlavo prima. La legge 68 del ‘99 è la legge che favorisce l’inserimento al lavoro di certe categorie di persone, fra cui le categorie svantaggiate del DSM, all’interno delle aziende che sono obbligate ad assumere una percentuale di lavoratori svantaggiati in base al numero dei dipendenti e in base a certe caratteristiche. Insieme al Centro per l’impiego della Provincia che si occupa, controlla e gestisce questa cosa, noi ci rapportiamo con loro per andare a vedere, laddove c’è un azienda che deve assumere persone disabili o svantaggiate con la legge 68 e che abbiano i requisiti previsti della legge, chi inserire. L’azienda seleziona le persone che proponiamo e poi le sceglie. Altro tipo di lavoro può essere quello in cooperativa di tipo B, che deve avere al proprio interno almeno il 33 per cento di persone svantaggiate; in questo caso la normativa è quella prevista dalla legge 381. Spesso, attraverso questa legge, si può essere assunti dalle cooperative B. Prima delle assunzioni ci sono dei periodi di tirocinio o di apprendistato o di borse lavoro, che solitamente sono erogate o dalla Provincia o dai Comuni di residenza. Quindi per un certo periodo più o meno lungo il Comune eroga questo contributo, per permettere a questi ragazzi di lavorare presso una cooperativa, un’azienda o un istituzione pubblica. L’iter che seguiamo parte dalla segnalazione o indicazione del medico psichiatra del territorio, che pensa che la persona sia pronta per affrontare un lavoro, poi in base alle caratteristiche della persona, a quello che sa fare, al suo stato fisico e psichico, procediamo all’inserimento insieme all’assistente sociale, al centro per l’impiego, all’amministrazione comunale se c’è bisogno di una borsa lavoro e insieme alle aziende o alle cooperative.
C'é equilibrio tra domanda di lavoro da parte dell'utenza degli invalidi e offerta da parte delle aziende?
La domanda di inserimenti lavorativi con o senza i benefici della Legge 68 / 99 è sempre molto più alta delle possibilità di offerta di lavoro sia delle aziende, che delle cooperative, che delle istituzioni. Spesso capita anche che alcune aziende chiedano figure professionali con competenze difficilmente in possesso delle persone diversamente abili o svantaggiate.
Quante sono le aziende rilevate dal Centro per l'Impiego? Lei dispone di un elenco sia degli aventi diritto che delle aziende?
Nell’anno 2006 nell’area di competenza del CIOF di Jesi i posti da ricoprire dalle aziende secondo l’obbligo della Legge 68 / 99 sono stati 260. Attualmente circa la metà sono regolarmente occupati.
Presso il CIOF di Jesi, come previsto per legge, esiste un elenco, periodicamente aggiornato, delle imprese che devono assolvere l’obbligo di assumere personale secondo i dettati della Legge 68 / 99. Ugualmente esiste un elenco delle persone certificate diversamente abili e regolarmente iscritte nella apposita lista.
In che percentuale vengono accolte le richieste degli utenti del DSM rispetto agli invalidi con altre patologie? Esiste una discriminazione nei confronti dei lavoratori affetti da disturbi psichici? Esiste una qualche forma di privacy quando si utilizzano questi canali istituzionali?
Buona parte degli iscritti negli elenchi relativi alla Legge 68 / 99 sono persone con problematiche di ordine psichiatrico (psichico). Altre tipologie di invalidità previste dalla Legge sono: fisico, intellettivo, dipendenze, sordomutismo, ecc… Per le persone con problematiche di ordine psichiatrico purtroppo ancora le imprese mostrano diffidenza e resistenze maggiori ad impegnarsi in prove di inserimento lavorativo o di tirocinio. Queste discriminazioni risultano dovute a : paura, ignoranza, pregiudizi, informazioni negative, problemi di tutoraggio da parte delle imprese; invece problemi di continuità lavorativa, assenteismo non giustificato, “scarso” rendimento da parte dei lavoratori diversamente abili. A volte alcuni inserimenti vengono sconsigliati alle imprese anche dagli stessi medici competenti (i medici del lavoro) a causa di eventuali rischi civili e penali non chiaramente coperti dalla stessa Legge 68 / 99. La Legge sulla Privacy è sicuramente rispettata: tutte le figure professionali che operano nel settore sono tenute al rispetto della Legge ed alla segretezza dei dati sensibili. Le informazioni che si scambiano gli addetti nelle sedi e nei percorsi obbligati sono quelle indispensabili per poter fare valutazioni corrette ai fini di un migliore collocamento mirato possibile. La modulistica con le informazioni riservate circola in modo protetto: doppia busta, password riservata, nomi criptati, ecc….
Come si lavora dopo aver inserito una persona?
Dopo aver inserito una persona continuiamo ad avere contatti soprattutto all’inizio, concordando con l’azienda o la cooperativa un piano di verifiche periodiche, per essere certi che il lavoro stia andando bene e non ci siano intoppi gravi. Se succede qualcosa o ci sono problemi, l’azienda ci contatta per segnalarci le difficoltà, quindi noi andiamo a verificare cosa sta accadendo. Successivamente, una volta arrivati all’assunzione, la nostra presenza e le nostre verifiche sono meno assidue ma, se emergono dei problemi che l’azienda ci segnala, noi siamo sempre pronti ad intervenire, per cercare tutti insieme di superare le difficoltà. Di fatto la persona anche se assunta è sempre in carico al servizio e la riduzione della nostra presenza dopo la fase di inserimento è legata alle carenze di organico, che ci impediscono di essere sempre presenti.
Le viene in mente qualcosa di significativo?
Poco tempo fa c’è stato un incontro al Centro per l’impiego, un tavolo di concertazione previsto da un accordo di programma stipulato tra varie istituzioni, come la Provincia, i Comuni dell’ambito territoriale sociale, l’Asur e il Centro per l’impiego stesso. Questo accordo di programma prevede le modalità di inserimento al lavoro delle persone svantaggiate in generale, non solo del dipartimento.
Questo accordo di programma verrà rinnovato per altri 2 anni e si è discusso cosa prevederà per il futuro. La cosa importante è che ci sarà un nucleo operativo rappresentato da tutte queste istituzioni, dove ci si incontra, si valutano insieme tutti gli inserimenti lavorativi che dovranno essere fatti e si cerca di individuare la situazione migliore per ogni soggetto. Questo nucleo operativo è stato rinnovato per altri 2 anni; questa è una realtà che non c’è in molte altre parti, quindi è uno strumento molto importante che abbiamo creato.
LEGGE n. 68, MARZO 1999
FINALITA’:
Promozione dell’inserimento e dell’integrazione lavorativa delle PERSONE DISABILI nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato.
A CHI SI APPLICA:
ASSUNZIONI OBBLIGATORIE:
Sono tenuti ad avere soggetti svantaggiati:
· Le aziende con più di 50 dipendenti ne devono avere il 7 per cento
· Le aziende con 36-50 dipendenti ne devono avere 2
· Le aziende con 15-35 dipendenti ne devono avere 1
TEMPI E MODALITA’ DELLE ASSUNZIONI:
Tra le modalità ci sono la facoltà della scelta nominativa, lo svolgimento di tirocini con finalità formative o di orientamento, l’assunzione con contratto di lavoro a termine, lo svolgimento di periodi di prova più ampi di quelli previsti dal contratto collettivo.
SETTEMBRE 2004 - ACCORDO DI PROGRAMMA
tra il Comune di Jesi (capofila dell’ambito IX), ASUR 5 di Jesi, Provincia di Ancona (tramite il Centro per l’impiego e la formazione di Jesi).
FINALITA’:
· Favorire l’integrazione lavorativa dei SOGGETTI SVANTAGGIATI, migliorandone la qualità della vita e prevenendo processi di emarginazione
· Garantire una continuità di intervento in ambito lavorativo per una completa riabilitazione dei soggetti svantaggiati
OBIETTIVI:
Il Comune di Jesi garantisce la presenza di un OPERATORE DELLA MEDIAZIONE con i seguenti compiti:
L’operatore della mediazione del Comune di Jesi partecipa quindi al NUCLEO OPERATIVO che ha la funzione di:
(Si rileva che l'operatore della mediazione designato dal Comune è Giuseppe Ospici, il quale lavora non solo per il Comune di Jesi, ma per tutti i Comuni dell'Ambito Territoriale IX (di cui Jesi è capofila). Il suo stipendio è ripartito tra tutte le municipalità, in quota proporzionale rispetto agli abitanti. Oltre a Ospici, è operativa anche un'Assistente Sociale (Paola Vimini) che, sebbene pagata esclusivamente dal Comune di Jesi, è a disposizione di tutti i Comuni dell'Ambito Territoriale IX).
ORIENTARSI INTEGRAZIONE SOCIO-SANITARIA E DISAGIO MENTALE
QUALCOSA CHE RIGUARDA L’INTERA COMUNITA’
Da cosa dipendono la mancanza di integrazione tra il sociale e il sanitario e quindi, ad esempio, il verificarsi di presuntuosi e distaccati isolatismi, d'incomprensioni e pregiudizi, di polemiche sulle competenze, di corporativismi, di affermazione di gerarchie professionali e di negazione misconoscimento e svalutazione di soggetti professionali? Fino a che punto la ristrutturazione dei servizi resta tutta dentro un ambito economico-amministrativo o invece e in che misura si fa guidare e permeare dalla nuova concezione dell'integrazione socio-sanitaria? La mancata o insufficiente integrazione socio-sanitaria dipende forse da una inadeguata relazione tra la questione economica dei servizi e la questione teorica dell'assistenza e viceversa? O da cos’altro? Capo Horn ha rivolto queste domande a Giordano Cotichelli, infermiere e recentemente laureaatosi in Assistente Sociale con tesi “L’ospedale di Chiaravalle e il suo territorio: dalla crisi del modello di welfare alle prospettive future dell’integrazione socio-sanitaria”.
Giordano Cotichelli
Mi è stato chiesto di scrivere un articolo sull’integrazione socio-sanitaria in generale ed in particolare alla dimensione del disagio mentale. Nell’immediato ho buttato giù un primo scritto, dove cercavo di spiegare il significato del concetto in esame e di come esso fosse importante nella dimensione di ogni tipo di processo di aiuto, che cerchi di rispondere a dei bisogni individuali o collettivi, specie quando questo riguarda quell’universo classificato come “malattia mentale”. Il risultato non era poi tanto male, ma c’era qualcosa nelle righe che avevo scritto che non mi convinceva. Spiegazioni ed argomentazioni andavano bene, ma non si riusciva a cogliere la dimensione globale e concreta del problema. Questo nonostante avessi sia l’esperienza lavorativa (un anno da infermiere presso un ex manicomio) che accademica (la laurea in servizio sociale), che mi fornivano dati e conoscenze per farlo. Come dire: era un articolo che pur parlando di integrazione socio-sanitaria era alquanto… poco integrato. Mancava qualcosa quindi.
Ciò che mancava era il significato vero di essere operatori, utenti e cittadini di fronte alla questione del disagio mentale. Appartenere ed operare in un servizio che quotidianamente si trova a fronteggiare “la malattia psichiatrica” di chi la vive e la subisce, di chi l’assiste e cerca di curarla e di chi ne ha paura, la rifugge, la nega e la nasconde. Oppure cercare con tutte le forze di vivere una vita dignitosa, quando sei costretto a portarti addosso uno stigma che la comunità, prima ancora della scienza, ti mette addosso.
L’integrazione socio-sanitaria significa leggere la dimensione del bisogno nella globalità e nella complessità che lo caratterizza. Le risposte che si danno o le soluzioni che si cercano o il riuscire ad evidenziare semplicemente i problemi presenti non possono nascere da quell’ottica lineare, interventistica e deterministica che ha caratterizzato il welfare italiano fino ad oggi. Non esiste più, e non è mai esistito il bianco ed il nero, il sano (normale) ed il malato (matto), ma fra questi due sottilissimi poli c’è tutta una lunga linea sfumata di tonalità grigia che va affrontata volta per volta, caso per caso, situazione per situazione, rapportandosi alla persone, al contesto ed alle capacità messe in gioco. Con questa consapevolezza si cerca allora di fare incontrare l’intervento sociale con quello sanitario, operatori dei servizi pubblici e del terzo settore, famiglie e…
Si cerca, ma è una ricerca lunga e difficoltosa, perché ogni giorno si deve cercare di combinare le scarse risorse con i molti problemi e con prospettive future che non sono allettanti. Il taglio continuo delle risorse, di personale, di spazi verso i servizi, gli ambiti stretti ed angusti in cui molto spesso si muove il mondo del terzo settore e soprattutto le cause sociali, ambientali, familiari di esclusione, stigmatizzazione e miseria che aumentano continuamente, alimentando un’atmosfera diffusa di disagio mentale generalizzato, di abbandono, di insicurezza e di solitudine, da cui l’unica voce che sembra prodursi è quella di contenere e nascondere sempre più il matto di turno.
Noti economisti ricordano che durante ogni fase di transizione di una società aumenta la percentuale di disturbi psicologici. E, sempre gli stessi, ricordano che le risorse per gli interventi pubblici devono contrarsi alle esigenze del mercato. C’è qualcosa di poco “integrato” in tutto ciò: si evidenzia un problema e se ne affermano e accettano le cause allo stesso tempo.
Forse farebbero bene questi signori, ed anche qualcun altro, a passare una giornata in un servizio di salute mentale, oppure ospiti di una famiglia che convive da sola con la malattia mentale. Oppure basterebbe loro aprire l’armadio dei farmaci atipici e cercare di vedere in quale scaffale possono trovare posto parole come prevenzione e riabilitazione, inclusione sociale e socializzazione. Oppure se possono trovarle negli spazi stretti di un ambulatorio o nei budget risicati di un dipartimento o nelle corsie di un reparto di degenza che non riesce a soddisfare le richieste continue di cura. Oppure cercarle nelle menti, nelle braccia e nei cuori dei pazienti e degli operatori, degli infermieri, degli assistenti sociali e degli psichiatri, dei volontari e degli educatori, magari a contratto. Forse riuscirebbero a trovare quelle risorse disperate e quella volontà di tirare avanti, di fare, di essere uomo e professionista, quando sai che tutto dipende dalle tue capacità relazionali, di inventare, di non cadere nel burn-out o nella disperazione, cercando di non rimanere da solo di fronte alla malattia.
Ecco, l’integrazione socio-sanitaria in termini molto stretti è questo: condivisione, conoscersi e riconoscersi. Conoscere quanto poco basterebbe ad un servizio per funzionare meglio. Riconoscere che non è giusto che una intera comunità consideri la malattia mentale come una malattia contagiosa, ma che in realtà è qualcosa che la riguarda, che viene dalle sue radici, dai suoi valori, dall’incapacità di creare ed alimentare un senso comune di appartenenza, solidarietà e partecipazione, che forse potrebbero fare molto in termini non solo di prevenzione, ma anche di cura. Riconoscere, per dirla con la parole del libro di Buccalo e della Rassegna jesina, che siamo tutti “Malati di niente”. E condividere i problemi, gli interventi, le scelte, non quando tutto va bene e ci si deve far belli per una iniziativa pubblica, ma quando qualcosa va storto, quando non si è riusciti a ridurre la gravità della malattia, quando tutto ciò che si vive o si fa, da matto o da medico dei matti, riesce a permettere a delle persone di lavorare, vivere, ed essere in una società che ancora, in buona parte, si sente “orfana” dei manicomi passati.
Se l’OMS ci dice che la salute è uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia, questo significa che la risposta ai bisogni di chi soffre del disagio mentale non può essere solo a carico della dimensione psichica, una questione fra malato e specialista, ma è qualcosa di più ampio, globale e complesso che va affrontato integralmente e soprattutto conosciuto, riconosciuto e condiviso.
Dopo tutto ciò, non so più che altro dire in merito all’integrazione socio-sanitaria in rapporto al disagio mentale. E se non sono riuscito ad essere chiaro ed esplicito, allora forse potete provare a capire che cosa significhi integrazione condividendo lo sguardo sfuggente di un paziente che si vergogna della sua condizione. Oppure condividendo i pensieri di un operatore che dopo ore ed ore di colloquio con un utente non è riuscito a mobilizzare alcuna risorsa utile per fare qualcosa. Oppure l’isolamento sociale di una famiglia che ha il matto in casa. Ecco, provate a cercare di condividere che cosa sia “la malattia mentale”.
Con affetto, un osservatore socio-sanitario
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Il nuovo concetto di malattia e la crisi del welfare occidentale
Il concetto di integrazione socio-sanitaria deriva dalla nuova concezione di malattia o, meglio, di salute della popolazione, che si afferma negli ultimi decenni del novecento e mette in discussione quella visione rigida e schematica, legata all’equazione “salute = assenza di malattia”, che aveva caratterizzato (ed ancora in parte condiziona) per secoli non solo la stessa medicina, ma qualsiasi disciplina e professione coinvolta nel processo di aiuto, nell’assistenza alle persone. Già dal 1946 l’O.M.S. definiva la salute come: “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non soltanto come assenza di malattia ed infermità”. Una definizione che verrà ribadita con forza negli anni successivi, ed in particolare nella Conferenza Internazionale sull’assistenza sanitaria di base ad Alma Ata nel dicembre del 1978. Si fa strada la visione olistica della salute, vista come il risultato sistemico dell’incontro fra le dimensioni biologica e fisica, psichica e cognitiva, sociale e relazionale. È la visione che mette in risalto l’unitarietà e la globalità degli individui e sottolinea come gli strumenti assistenziali, terapeutici, preventivi e riabilitativi non possano non tenerne conto. Nel frattempo, a partire dall’inizio degli anni ’80, in Italia ed in Europa in generale inizia a manifestarsi la crisi del sistema istituzionale del welfare, che ha generato una fase di riforma e ristrutturazione del sistema dei servizi che è ancora in corso. Alla base di questo processo si ritrovano varie cause, prevalentemente di natura economica, sociale ed istituzionale: l’aumento della spesa sanitaria, la differenziazione e l’ulteriore complessità dei bisogni di salute, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento di malattie cronico-degenerative con conseguente allargamento della fascia di popolazione condizionata da una perdita progressiva della propria autonomia. Tutto ciò ha dato origine ad una ridefinizione del sistema dei servizi, visto in un’ottica più ampia, diffusa e fluida, fuori dalla dimensione ospedalo-centrica e più aperta ai bisogni comunitari e alle risorse del territorio, dove pubblico e privato, terzo settore e famiglie dovrebbero incontrarsi nella costruzione partecipata e programmata dell’offerta assistenziale.
(Giordano Cotichelli)