MANIFESTAZIONI                                                                                                                         INTERVISTA A GILBERTO MAIOLATESI

 

 

VII RASSEGNA MALATI DI NIENTE

 ABBIAMO VINTO IL FESTIVAL DI SANREMO!

 

Il Gruppo scrittura di Capo Horn ha invitato nella sua sede (unificata dopo il trasferimento del CD al Centro Sollievo)  il principale ideatore della rassegna “Malati di niente”, giunta alla sua settima edizione.

 

A cura del Gruppo scrittura del CD-Sollievo

Foto di Laura Zappelli

 

Gabriella: Dopo sette anni dall’inizio della rassegna, perché continuiamo ad organizzarla?

Questa è una bellissima domanda. La rassegna è nata su tre obiettivi, che erano la lotta alle nuove politiche neo-manicomiali, cioè al tentativo di riaprire i vecchi manicomi, che poi magari non saranno più quelli che potevano recepire 2-3 mila persone;  però ancora c’è il pericolo di affrontare il disagio psichico e psicologico solo attraverso la custodia e il controllo, separando chi soffre di un qualche disturbo psichico per un certo periodo della vita e metterlo da una parte. Il secondo obiettivo era quello di riuscire a creare una rete sociale di tutte le istituzioni, dalle amministrazioni locali alle strutture del dipartimento e anche all’associazionismo e al volontariato. Il terzo obiettivo continuare attraverso vari eventi, quali convegni, teatro, film e mostre, a portare una cultura nuova sul territorio.

Monica: Per me è importante l’inserimento lavorativo…

Monica mi ha fatto pensare una cosa importante, che in effetti è un altro risultato a cui ha contribuito la rassegna, quello sugli inserimenti lavorativi. Oggi sul giornale c’è un articolo del primario del DSM, che denuncia mancanza di disponibilità ad accogliere inserimenti lavorativi, soprattutto dopo il fatto cruento di Monsano.

Gabriella: Le ragioni che hanno determinato la nascita della rassegna esistono più?

Credo che i tre obiettivi  che dicevamo debbano ancora essere portati avanti e che Jesi e il territorio abbiano bisogno ancora di noi e della rassegna, di lavorare cioè anche sotto l’aspetto socio-culturale per combattere il pregiudizio. In questi ultimi giorni viene fuori una sorta di critica verso l’intervento sul disagio psichico: alcuni giornalisti dicono che vanno bene le attività socio-culturali e di divertimento, ma c’è un aspetto più clinico e terapeutico che secondo loro non viene fatto e per questo accadono fatti incresciosi. Io credo questo un atteggiamento poco serio e male informato, perché noi tutti sappiamo che, quando si fa un ricovero, non è sempre perché il paziente sta tantissimo male e, quando resta a casa, perché invece sta benissimo. A volte si ricovera perché la rete familiare o quella sociale non è capace di tollerare un momento di difficoltà, altre volte invece, seppur con la stessa crisi e gli stessi sintomi, si riesce a gestire il problema. Quindi più aumenta la capacità e  la tolleranza da parte delle famiglie, degli operatori e della società, meno c’è il pregiudizio e la paura e meno ricoveri ci saranno. L’intervento socio-culturale rispetto al disagio psichico ha una rilevanza immediatamente terapeutica, non è vero che si fa solo altra cultura.

Gabriella: Esistono ancora delle discriminazioni nei confronti della malattia mentale?

Molte discriminazioni. Il titolo che abbiamo dato alla rassegna non voleva  e non vuole assolutamente dire che non esiste il dolore o la sofferenza e quindi che non c’è bisogno di prendersi cura delle persone. Era ed è un po’ una provocazione, perché pensiamo che sia un  malattia un po’ particolare, che riguarda più l’anima e l’esistenza; molto spesso la confondiamo ancora troppo con una malattia organica, seppur le cause ormai sono multi-fattoriali e tutti le abbiamo condivise. Però esiste una grande discriminazione rispetto a questo tipo di disagio o di malattia. Chi lo intende come una malattia, allora non si capisce perché non deve avere la stessa dignità di una malattia cardiopatica o del fegato; chi, spero un po’ come noi, la intende più come un disagio e una sofferenza, anche in questo caso viene ritenuta come qualcosa di pericoloso. Abbiamo visto recentemente l’episodio di Monsano. Non succede che, se un figlio cardiopatico uccide il padre, il giornale scrive: “Figlio cardiopatico uccide il padre”. Allora non ha senso dire che una persona curata da un servizio psichiatrico uccide il padre. Che c’entra il tipo di disagio o di malattia  che ha? Questo la dice lunga sulle differenziazioni e i pregiudizi rispetto alla malattia mentale.

Gabriella: Come si è evoluta la rassegna in questi sette anni?

I sette anni sono stati importanti. E la rassegna ha avuto encomiabili riconoscimenti con premi nazionali, come quello del 2005 a Rimini e nel 2006 a Roma. Ma questi sono premi istituzionali. Credo che  il lavoro costante e capillare con i ragazzi delle scuole jesine sia stato fondamentale. Anche quest’anno abbiamo potuto fare delle collaborazioni con Istituti medi superiori di Jesi. Il Liceo delle scienze sociali ha frequentato una stage formativo proprio qui, dove sono venuti degli studenti ad imparare da noi, come si lavora con persone che hanno bisogno in un momento particolare della vita.

Gabriella: Sono stati invitati gli studenti del Liceo psico-pedagogico per la prima volta all’interno del Centro diurno. Le chiedo di parlarci del significato della formazione scolastica associata all’integrazione sociale.  Perché è importante?

Credo che i ragazzi del Liceo abbiano imparato tantissimo da questa esperienza che abbiamo offerto noi. Si sono formati: da una parte c’è stato l’apprendimento teorico, dall’altra un apprendimento molto pratico della relazione, affettivo emotivo e umano. Credo che questo sia formarsi. Questi ragazzi hanno 18 anni e per la prima volta, a detta anche di loro stessi, sono entrati direttamente in contatto con tante persone che, seppur vivendo un periodo critico della vita, hanno saputo insegnare molto e formarli come esseri umani adulti inseriti dentro un contesto sociale. Questo è un grande elemento formativo, che fa ben sperare per il loro futuro professionale. Noi abbiamo segnalato e confermato nello stesso tempo che la formazione funziona meglio se si integra con la relazione e quindi con l’inclusione sociale.

Gabriella: Come mai sono stati di nuovo invitati i francesi?

I francesi sono ormai nostri amici, che abbiamo conosciuto nel 2004. Sono andato a far loro visita nel marzo di quell’anno e ho visto come lavoravano nel loro 8atelier di pittura musica e attività espressiva, che sta dentro uno dei manicomi. A Parigi ci sono tre manicomi, perché ancora non sono stati chiusi in Francia.

Gabriella: Vuol dire che ci sono ancora degli ingressi?

Sì. Il manicomio che ho visitato è quello di nord est e può ricevere 2000 pazienti. Allora erano ricoverate 700 persone. L’”Atelier du non faire” dei nostri amici parigini occupa un vecchio capannone dismesso di 1000 metri quadri su un lato del giardino del manicomio. Lì i padiglioni sono chiusi a chiave e per andare all’atelier c’è tutto un procedimento da fare. Io ho visto utenti accompagnati dagli infermieri, che uscivano dal padiglione chiuso e andavano per tre ore a pitturare all’atelier. Piano piano lavorando anche con persone molto gravi, avete potuto vedere i risultati quando sono venuti qua; e sicuramente l’atelier rappresenta un momento di libertà per una persona. Ritornano da noi perché hanno un gruppo reggae che ha prodotto un nuovo cd e verranno perciò ad aprile a presentarlo con un concerto. Verranno anche la psicologa e Cristian Sabas, che era un infermiere ed ora lavora come artista all’atelier. Presenteranno il cd e ci racconteranno anche i cambiamenti che stanno avvenendo in Francia, perché anche lì sta nascendo una legge che vuole modificare gli ingressi in manicomio. Ci sono tante difficoltà e tante differenze rispetto a noi italiani, allora vorremmo ragionare insieme con Mario Colucci di Trieste, con il nostro primario e con tutti noi e loro per vedere come possiamo aiutarci per lavorare meglio.

Paolo: Il titolo dato all’incontro è: “L’arte della follia o la follia dell’arte?”. Ne abbiamo discusso in gruppo e  secondo Peppe la risposta è la follia dell’arte. Ti viene in mente qualche considerazione?

Gli incontri con i francesi saranno due: la mattina è con questo titolo e il pomeriggio è “ Le radici e le ali”, titolo altrettanto suggestivo. Nel primo titolo il punto interrogativo ci va proprio, perché vuole indicare i momenti cruciali, distinti e confinanti: il momento in cui uno non governa più la propria fantasia, quindi si dissocia, se ne va, e il momento invece in cui la fantasia e la creatività vengono catturate, incanalate e utilizzate in un processo artistico. Qualche volta la fantasia e la creatività non si rapportano con la realtà, vanno un po’ a briglia sciolta, rischiando di dissociarsi dalla realtà. Sono processi mentali che molto spesso accadono, ad esempio quando sogniamo ad occhi aperti.

Paolo: Forse la seconda parte del titolo “la follia dell’arte” dà una connotazione positiva alla follia. Per questo ci piace di più, perché forse sottintende che per poter comunicare in modo creativo e artistico bisogna essere un po’ folli e uscire da certi schemi, riuscire a creare una discontinuità con qualcosa che può essere la monotonia o l’utilità.

Io credo che l’interrogativo sia aperto. Oltretutto è una delle domande che fanno gli studenti sia a scuola che qui dentro. E’ il rapporto tra arte e follia.

Paolo: L’arte della follia mi sembra uno che voglia utilizzare la malattia mentale. Alla fine l’artista della follia potrebbe essere uno che riesce ad ottenere la pensione di invalidità con accompagno; la vedo come beneficio secondario.

Gabriella: Se il prossimo anno ci sarà la rassegna “Malati di niente”, nel manifesto si potrà togliere  la frase di Cooper - “E’ giunto il momento di togliere le mani dalle gole delle persone” -  per sostituirla con un verso di Simone Cristicchi?

Credo che la rassegna ci sarà anche il prossimo anno. Se sarà utile me lo dovrete dire anche voi, che lavorate insieme a me e a tutti  gli operatori per far sì che vada avanti. Credo che Jesi abbia ancora bisogno della rassegna e ne abbiamo bisogno anche noi per i motivi che dicevo prima. Oltretutto il 2008 è il trentennale della legge Basaglia, quindi dovremo fare una rassegna molto intensa con grandi contenuti, deve essere un grande obiettivo. Per la sostituzione della frase non lo so: io credo che ancora queste mani sulle gole ci siano, quindi credo che la frase di Cooper purtroppo sia ancora molto attuale. Quella frase è un monito, perché tra le chiacchiere e l’azione c’è in mezzo molto spazio. Di chiacchiere su una nuova politica psichiatrica ne abbiamo fatte tante, però in 30 anni i problemi sono ancora molti; e non credo sia solo un problema di risorse e fondi, certo anche questo. Quindi i politici dovranno fare la loro parte, noi come operatori la nostra, le famiglie la loro.

Paolo: La domanda era retorica: è vero che le mani ci stanno, però magari ci sono anche altre cose. Forse bisognerebbe aggiungere una frase più positiva. Quando Cristicchi ha vinto il festival, un ragazzo qui dentro ha esclamato: “Abbiamo vinto Sanremo!”. E’ stata una nota di speranza. Quindi, oltre al monito, una frase che dia speranza sarebbe forse bella.

Uno si sente rappresentato perché questo tipo di disturbo, quello psichico, che è molto complesso, spesso ci rende senza voce, senza potere e invisibili. Essere rappresentati a Sanremo è importante, tanto che ora tutti parlano della bellezza di “sono matto, sono una meravigliosa imperfezione come uno stupendo sbaglio di Dio”, come dice Cristicchi nel suo libro. Credo sia qualcosa che ci rappresenti tutti, perché un po’ mi ci ritrovo anche io, ognuno ha la propria follia quotidiana.  Però c’è ancora un disagio molto forte e ancora questo vuoto di potere. E questa mano sulla gola è molto forte finché le case non le troviamo, finché gli inserimenti lavorativi sono difficili… E comunque la canzone di Cristicchi non ha un finale molto felice. E’ molto importante che ci sia stato Cristicchi; oltretutto stasera andiamo a Macerata per invitarlo alla nostra rassegna.