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LA FIABA
 
IL PINO INCANTATO



Con l’uscita del primo numero di Capo Horn, inizia la pubblicazione a puntate di una storia elaborata dentro un nostro Gruppo, costruita a più mani e popolata di magia, di colpi di scena, di formule alchemiche, di pesci fatati, di principi, regine, chirurghi e protomedici...

                                                    a cura di Paolo Ripanti



                                                 

I capitolo

C'era una volta un albero di pino che, dopo essere vissuto quattrocento anni, crollò a terra colpito da un fulmine. Un ramo carbonizzato finì disgraziatamente sulla testa della principessa Rosalba, che se ne andava a passeggio. Tramortita, barcollò, cadde nelle acque limacciose del lago e scomparve. 

Era l'anno 635 della Vecchia Era, un anno di dolore e di sventura. Tutto il regno ne rimase sconvolto e in particolar modo il re, che corse presso la riva del lago ma vi rimase pietrificato, ridotto ad una piccola statua di fronte all’enorme pino abbattuto. E dalla statua sgorgarono copiose lacrime, ultimo residuo di umanità del re che formarono un rigagnolo fino al lago. Le lacrime attrassero numerosi pesci fatati che, attorniando il corpo della principessa, lo fecero riaffiorare sulla superficie dell'acqua fino a quando non scomparve di nuovo. Fu così che padre e figlia rimasero soli e separati per anni, in quel luogo arcano dove nessuno poteva avvicinarsi e dove l'immenso pino giaceva e li tratteneva prigionieri. Neppure gli animali osavano avvicinarsi a quella sponda del lago. Né l'acqua né tantomeno il fuoco avevano il potere di scalfire il pino che continuava a scottare nonostante fosse stato colpito dal fulmine già da molto tempo. Ormai tutti sapevano che il fuoco non aveva il potere di consumarlo: dentro di sé possedeva il colore rosso dell'energia e la sua anima incandescente non cessava di emanare una luce argentea, che rendeva schiavi tutti gli esseri viventi che osavano avvicinarlo.

Lento trascorse il tempo. L'oblio fu alla fine più forte della paura e del timore di ciò che è strano e diverso. Sulla sponda del lago ora c’erano due statue, una di un uomo maturo e l’altra di una giovane donna, che le acque, ritiratesi, avevano lasciato scoperte sul bagnasciuga. Nessuno ricordava più chi rappresentassero, nessuno ricordava più perché fossero rimaste abbandonate lì su quella sponda.

L’enorme legno, piazzato vicino, sembrava aver racchiuso nelle sue profondità misteriose le magiche energie che lo pervadevano. Ricoperto di licheni, muschi, attaccato dai funghi e nascosto dalle erbe, fu piano piano anch’esso dimenticato, finché un mattino, caricato su un grosso carro, lasciò le sponde del lago. Trascorsero ancora altri anni ed ora possiamo dire che questo legno divenne tante cose nell'arco della sua lunghissima vita, viaggiando in moltissimi luoghi dall'azzurro mare del sud alle montagne innevate del nord. Divenne architrave, catapulta, un ponte, un ariete da combattimento, una croce: sostenne vecchie mura logorate dal tempo, sputò pietre e palle di fuoco contro fortezze ed eserciti nemici, unì sponde opposte di uno stesso fiume, sfondò massicci portoni, strinse in un abbraccio mortale colpevoli e innocenti.

Ma arrivò il giorno, e ciò accadde sempre, prima o poi, in cui il pino cominciò a sentire la stanchezza per essere stato usato in tante occasioni. Tante mani, sapienti e non, lo avevano sottomesso e plasmato a loro piacimento, procurando in tutto il reame tante lacrime, sangue, dolore e sudore. Era stato forte ed inavvicinabile e tutto questo, con il passare dei secoli, gli aveva dato tanta solitudine. Era stato vittima del potere che lui stesso aveva malignamente esercitato, imprigionando il re e la principessa.


Secondo capitolo
 

                       



Il reame di Poggio Pulcro era stato sconvolto da un incantesimo, di cui ne avevano fatte le spese il suo Re e la Principessa sua figlia, entrambi trasformati in statue. Per tanto tempo quelle statue rimasero abbandonate e sconosciute sulla sponda di un lago, prima vicino al Pino Incantato e poi da sole, essendo stato quello trasportato via su un grosso carro. Fino a quando un giorno, inspiegabilmente, sulla sponda del lago ricomparì il Pino.


“Sciabolò, Sciabolò!” Il richiamo di Adelmo il Gran Ciambellano echeggiava nelle sale ormai da troppo tempo deserte del castello di Poggio Pulcro, il piccolo reame investito dal sortilegio della nera magia di Rotolinox. “Quando ho bisogno di questo maggiordomo non lo trovo mai! Sarà in giro a fare commissioni alle dame di corte? …Già le dame di corte… Ma quali dame di corte oramai? Non esiste più una vera corte, da quando il Re Alderico è stato trasformato in una statua senza vita assieme alla povera Principessa sua figlia”. Così Adelmo andava borbottando tra sé e sé lungo i corridoi semibui, appena rischiarati dalla luce incerta delle torce.
Poi ben presto il Ciambellano smise di parlare da solo: rimaneva l’eco pesante dei suoi passi ad attenuare cupi pensieri che, insistenti, lo tormentavano. Sì, era seriamente preoccupato, il Ciambellano Adelmo e ciò si verificava per la prima volta da quando Alderico era stato pietrificato, anni prima. Eppure a quel tempo, appena informato che un incantesimo era stato lanciato sul Re e la Principessa, dopo le prime ore di comprensibile sgomento, aveva saldamente preso in mano le redini del Regno. D’altronde la Regina, Ludovina da Costantinopoli, riponeva piena fiducia in lui e comunque il dolore e la disperazione in cui era piombata, non le lasciavano certo l’energia per occuparsi direttamente delle sorti del Regno di Poggio Pulcro.
Il Reame di Poggio Pulcro comprendeva un vasto territorio di dodici dolci colline, che scendevano fino al mare. Un fiume, il Trillo, serpeggiava quieto nel fondovalle: dal porto canale, subito sotto le mura del castello, più o meno a metà del tragitto, iniziava il tratto navigabile fino al mare di Pulcramarina, il porto del reame. Poggio Pulcro, un tempo, quando Orsenigo I aveva fondato la monarchia e la dinastia degli Orsenighi-Alderighi, era un paese avviato alla ricchezza ed al benessere. L’entroterra collinare produceva olio, frumento e vino (il famoso Trillicchio); le officine del castello, armi ed utensili per la difesa ed il lavoro dei campi e per l’artigianato, mentre dal lontano Oriente, al di là del mare, giungevano spezie, sete, aloe e mirre.
Successivamente i regni di Giansenigo I ed Orsenigo II avevano consolidato il benessere di Poggio Pulcro e dei suoi abitanti, finché con l’ascesa al trono di Alderico I, le cose mutarono rapidamente. Infatti Alderico, sovrano affabile e mite, era completamente disinteressato dei bilanci dello stato. Amava la vita e le donne e voleva trasmettere questi suoi sentimenti a tutta la sua corte. Feste, balli e banchetti erano all’ordine del giorno: la corte, diventata sempre più grassa, numerosa e felice, lo aveva soprannominato Il Generoso. Anche il popolo, le cui ristrettezze diventavano ogni giorno più dure da sopportare, era come contagiato dall’ottimismo di un tale sovrano così bello, spensierato e radioso e, nonostante le ristrettezze che di giorno in giorno divenivano più acute, nessuno pensava di protestare, anzi tutti lavoravano di buona lena, come se bastasse loro quella felicità riflessa.
Ma ciò, ormai, non sarebbe durato più a lungo. Questo, per lo meno, era quello che pensavano il Gran Ciambellano e la Regina Ludovina da Costantinopoli, per tale motivo detta La Spilorcia. Fu così che quella che, in un primo tempo sembrava una sciagura per Poggio Pulcro, un Re ed una Principessa pietrificati, il presente ed il futuro del regno spazzati via, mostrava i contorni della fortuna insperata. Non più feste, balli, regalie, appropriazioni indebite, scialacqui che prosciugavano i forzieri dell’apparato statale, ma una sana e rigorosa amministrazione della Res Regia. Queste erano le riflessioni che, allora, quando l’incantesimo di Rotolinox fu gettato, aveva fatto il Gran Ciambellano: e poi, diciamolo francamente, finalmente Adelmo poteva sentirsi protagonista, anche agli occhi della Regina che, spilorcia come la corte ed il popolo dicevano, trovava con il giovane cortigiano sempre più punti d’intesa, forse troppi, mormorava qualcuno… In effetti Adelmo era da tempo segretamente e senza speranza innamorato della sovrana, ma ora le cose avrebbero potuto cambiare, anche se questa è un’altra storia…
Comunque, dal giorno della catastrofe, le feste cessarono e non furono più riprese, cosicché il denaro del reame non venne più dilapidato e gran parte della corte, un tempo spensierata e godereccia, se ne dovette andare in cerca di altre fortune. Ma allora perché Adelmo, il Gran Ciambellano, il braccio destro di Ludovina da Costantinopoli, la Regina Madre e Spilorcia, adesso era così angosciato e teso? Perché si affannava così tanto per scovare un pigro maggiordomo, nascosto in chissà quale nicchia del grande maniero?
E mentre voi, lettori, ve lo state chiedendo, ecco che Adelmo, svoltando frettolosamente l’angolo del corridoio nord, andò a sbattere proprio contro il povero Sciabolò. Furioso l’apostrofò: “Ah! Sei qui, vecchio rincitrullito! Mettiti in viaggio, sella il tuo ronzino e galoppa, ventre a terra, fino a Pulcramarina, lì armerai uno dei nostri velieri per salpare alla volta della lontana terra di Mago Merlino. Trovatolo, lo pregherai in ginocchio di venire, al più presto alla corte di Poggio Pulcro”.
Le ragioni delle angosce del Ciambellano, del resto, erano evidenti solo per chi avesse avuto occhi per guardarsi attorno: ormai da settimane le cose più strane accadevano per tutto il regno e né lui né la Regina potevano non rendersi conto dell’errore imperdonabile che avevano commesso. Il focolaio di magia nera, incistato nelle viscere delle statue di Alderico e di Rosalba, trasudava come un gas venefico dalla sua prigione. Ciò probabilmente era dovuto alla malefica risonanza con il potere del Pino Incantato che inopinatamente era riapparso sulle sponde del lago. Non c’erano altre possibili spiegazioni per giustificare la messe sempre più numerosa e preoccupante di strani fenomeni, che spuntavano in ogni angolo del reame. Le lance e le alabarde dei centurioni a guardia del ponte levatoio si piegavano; le facce della gente erano come maschere, con occhi grandi e bocche spalancate; le piante, spoglie, improvvisamente fiorivano; le voci degli animali stridevano e le corna dei tori si attorcigliavano; i conigli diventavano lepri, le libellule rondini; gli archi, costruiti da mastro Lulù, danzavano con le loro catene ai polsi; mentre gli aquiloni si innalzavano in cielo per Prudentia Magica.

               

                * Sergio Osimani - Castello sul Lago



III CAPITOLO

Ormai da settimane le cose più strane accadevano per tutto il Reame. Merlino ed il suo aiutante Biolò, accorsi a Poggio Pulcro, cominciano a svelare parte del segreto del Pino e mostrano come un gesto d’amore possa riportare alla vita il Re, la Principessa ed un cavaliere bello ed aitante di nome Estosi da Foligno.


Mentre il povero Sciabolò galoppava verso il porto, spremendo le ultime energie disponibili dal vecchio quadrupede Nitrito e mentre si interrogava sui motivi di quell’ordine perentorio che lo strappava alla sua vita quotidiana per gettarlo verso l’ignoto, Mago Merlino gli apparve all’improvviso in sella ad un unicorno alato, avvolto in una nube tossica e maleodorante, laggiù, in fondo all’ultima discesa prima del mare.

                                           

                                            F. Bordoni - Unicorno



Sopra di lui era sospeso nell’aria il Mediomago aiutante Biolò, sulle spalle di un coboldo volantino. Sciabolò, impaurito e frastornato, iniziò a balbettare il suo messaggio. Ma tosto fu interrotto da Merlino:

"Non mi annoiare con i tuoi farfugliamenti di vecchio smemorato, sappiamo già tutto ed è per questo che da così lontano abbiamo superato il tempo e lo spazio, per raggiungere la tua piccola terra. Presto, facci strada fino al castello, ché noi ti seguiremo!"

Giunti però vicino alle mura della fortezza, i due maghi incontrarono un buontempone, tale Cacasenno da Mileto che, enigmatico e sardonico, li fissava insistentemente. Merlino irritato si avvicinò: "Perché ci rimiri con protervia, oh mortale?"

"Vedo che qualcosa tormenta vostre cervella. Ho quello che fa per voi!"

"Orsù, favella! Ti ascoltiamo."

"Camminate, finché non incontrerete un gufo su di un albero abbattuto in prossimità del lago: lui è saggio e vi spiegherà tutto."

Dopo aver percorso un lungo viale alberato, ecco che una fitta nebbia avvolse i maghi ed il servo.

"Uh! Uh! Uuuuh! Uuuuh!" Il grido del gufo li raggelò nel cupo silenzio.

Finalmente avevano trovato il vecchio ed inquietante rapace su un albero in rovina.

"Se sarete veramente saggi, ecco la soluzione: per sciogliere l'incantesimo sappiate, o mortali, che l'albero in cui dimoro è un pino mediterraneo virtuoso, che si adoprerà magicamente a soccorsi umani, solo se privo della sua anima sarà."

Improvvisamente la melodia di un flauto riempì la radura di magiche sensazioni, fatte di note sconosciute, mai sentite prima di allora nella loro incommensurabile forza.

Il vecchio pino, sì, proprio il nostro vecchio pino incantato, cominciò a fatica a ridestarsi e, dopo tanto vagare, schiavo della sua mole e del suo potere ctonio, ormai stanco, si era lasciato trasportare di nuovo sulla riva del lago, una volta riassunte le sue antiche sembianze di albero folgorato.

Dopo tanti anni ancor oggi ci si chiede da dove derivasse il potere del pino: sicuramente la folgore, scagliata dalle profondità più buie del cielo, aveva conferito all'albero un'energia illimitata. Ma sembrava esserci dell'altro dietro il potere del pino...

"Ho tanto sonno, non ne posso più di dormire… Svegliatemi! La febbre mi consuma l'anima, sentite come brucia la mia vecchia corteccia …"

Era come un canto di sottile malattia, era come una nenia di antica ed indecifrabile ipocondria che fascinava chi l’ascoltava, suscitando sentimenti di amore e dedizione. Il giovane Mediomago Biolò impietosito, d’impulso, pose le mani sulla fronte rugosa dell'albero, per ritrarle subito dopo con un grido di dolore. Lacrime amare gli rigavano il volto, che contemplava le povere mani piagate. Merlino non era intervenuto, come se non avesse aspettato altro che lo slancio imprudente dell’ aiutante. Sembrava sapere che così doveva essere.

"Avvicinati Biolò!" Il vecchio Mago cominciò a curare le ferite dell’aiutante con l'unguento da lui ideato.

"Biolò, capisco il tuo entusiasmo e la tua voglia di aiutare il prossimo, anche il più strano e diverso, com’è appunto quest’essere a metà tra un vegetale ed una forma più complessa di vita, ma solo ora potrai accarezzare il pino e lenire il suo grande dolore, senza subire danni insostenibili. Questo albero è un vero mistero: chiede aiuto, ma nello stesso tempo sembra respingere ogni nostro interessamento. Perciò non può essere aiutato senza un sapere che sostenga la tua bontà."

"Ora ho compreso!"

"Coraggio, riprova ed abbi fiducia nella mia arte alchemica!"

Merlino infatti era certo che solo chi avesse fatto un gesto d'amore come quello di Biolò, poteva compiere il miracolo di estrarre l'anima imprigionata del vecchio pino. Ma l’amore non poteva essere dato inconsapevolmente, senza che ci si rendesse conto dei rischi e delle energie che potevano disperdersi. Per questo Biolò si era bruciato. E Biolò dunque ebbe fede nel sapere del maestro. Pose le mani amorevoli sul corpo del vecchio pino e in un'atmosfera di tensione e silenzio le parole arcaiche ed oscure del giovane Mago, indicategli da Merlino, risuonavano come un canto: "Digonò Balabar Dinovol Bastalav Divorò..."

La magica strofa usciva dalle labbra di Biolò, ripetendosi più volte come un respiro lieve: "Digonò Balabar Dinovol Bastalav Divorò…"

Densi vapori inumidivano il tronco ammorbidendo l'anima del pino. Poi il Mediomago cominciò a muovere le mani, seguendo l'ampio ritmo del proprio respiro. Un sapore elettrico si diffuse nell'aria, materiali rubinici incandescenti schizzavano fuori, sfrigolando sulla superficie rugosa della corteccia e incendiando la radura circostante. L'anima di ciò che era un pino assunse una forma umana, trasparente come una gemma nata da un frammento di stella. Il corpo del principe Estosi da Foligno, cavaliere bello ed aitante, giaceva, infine, sull'erba bruciata. La sua corazza d'oro e d'argento ancora lucente, mostrava uno squarcio all'altezza del cuore. Merlino era perplesso. Ma poteva essere quella l’anima del pino? Era quel giovane l’essenza del pino? Stentava a crederlo, anzi non lo credeva affatto!

                                   

                                    Federica Bordoni – Unicorno

Ma non ebbe tempo di continuare a riflettere, perché dall’erba bruciata della radura si materializzò, per una strana alchimia che non conosceva, l’immagine di un grande castello, che prese ad animarsi di dame e cavalieri, di servi, soldati e maniscalchi… Una moltitudine di personaggi sembravano emergere dal nulla davanti agli occhi esterrefatti dei due maghi. Il loro stupore poi raddoppiò quando si trovarono a contemplare lo spettacolo del re Alderico e della principessa Rosalba, finalmente liberi dal torpore che li aveva pietrificati per anni. Poi comprese che solo il re e la principessa ed il corpo del principe, ancora esamine al suolo, erano reali, mentre sullo sfondo la mente, ancora addormentata di Estosi, proiettava nel mondo reale gli ultimi bagliori del sogno.

- Biolò, Biolò ! - proruppe con voce strozzata il Mago Merlino
- Ti ricordi dove abbiamo cacciato il Malleus Malleficarum?
- Forse intende riferirsi al quel testo che tratta delle maledizioni ciclosiche, dove si parla del principe rinchiuso da tempo indefinito all'interno di un pino incantato? So tutto l'ho studiato e ristudiato da cima a fondo! Tutto questo fu causato dal potente Abate Giglio dal Crespo, nomato Rotolinox. E questo era molto prima di voi, o Merlino! - Così almeno Biolò era sicuro di ricordare.
Battendosi la fronte il vecchio mago a sua volta esclamò - Ce l'ho nella bisaccia! E' l'ultima edizione tascabile del Malleus -
Pieno di eccitazione e di entusiasmo Merlino prese a sfogliare le pagine consunte del libricino: - La Ballata Marcellinus Serafinus, il destriero di Andreottus, Adrianus da Octranus…Eccola finalmente la maledizione dell'Abate Rotolinox, a pagina 1997!
- Per il passato peccaminoso , dissoluto ed errabondo; per la sua vita spericolata senza regole e priva di morale, il Cavaliere Estosi da Foligno e tutte le sue castella ivi comprese dame, principi , gatti, sorci e lavoranti, comprese le due torri, siano imprigionati dentro il midollo di pino! Ma tutto ciò che era di suo possesso avrà solo l'inconsistenza dei sogni. Tale maledizione si estinguerà quando qualcuno farà un gesto amoroso verso il legno incantato -
Proprio in quell'istante una nenia delicata come i primi fiori di Marzo attirò l'attenzione di Merlino e Biolò: era la Principessa Rosalba, che, china sul corpo ancora inanimato del Principe, cercava di riportarlo alla vita, sussurrandogli antiche melodie. Poi, all'improvviso il canto si arrestò, come si arrestò il suo angoscioso ed ossessivo rituale di spolverare l'armatura del giovane quasi a volerla riportare ad un antico splendore. Lo stupore che dipingeva il volto della Principessa le impediva di continuare: ecco dove aveva visto il viso del Principe! In un quadro fino allora per lei misterioso, dimenticato e quasi nascosto in una delle stanze più remote del castello del re Alderico!
Quante volte da bambina era sgusciata dentro la stanza proibita per incantarsi a rimirare i lineamenti di quel condottiero sconosciuto!. La nonna poi gli aveva raccontato, nelle fredde serate d'inverno, storie raccapriccianti e dissolute di Estosi…
Nella sua ingenuità di bambina sognava di riportarlo sulla retta via, non riuscendo a capire come tanta capricciosità potesse scaturire da un viso per lei così dolce e bello.
Fu proprio questo pensiero a spingerla ad abbracciare il Principe per riuscire a rianimarlo e riscaldare il suo freddo cuore rimasto gelato da tanta cattiveria....Fu così che Estosi si destò tra le sue braccia.


IV CAPITOLO


La Principessa Rosalba ed il principe Estosi inevitabilmente si innamorano: il ricordo di antiche passioni e di altrettante antiche giovinezze inducono Re Alderico a mettere da parte la sua paterna gelosia e a benedire i due giovani.
 

                              

                                Giorgione – ritratto di gentiluomo in armatura

Il calore trasmesso dalla Principessa riuscì a scardinare i suoi tessuti di ghiaccio, il sangue riprese a fluire nelle sue membra: fu così che gli occhi del giovane videro altri occhi e il dolce viso di Rosalba. Colpito, non potè far altro che innamorarsene.
Rosalba disse: - Non puoi essere così abietto come dicono e io farò di tutto per salvarti - Il principe accolse l'aiuto generosamente proposto dalla Principessa Rosalba, ma soprattutto si lasciò conquistare dall'amore di lei pentendosi di tutte le sue capricciosità e dei suoi vizi passati. Il Principe, quindi, si levò in tutta la sua grazia per raccogliere fiori di tutti i colori e di tutte le specie: giunchiglie, margherite, gerbere, tulipani... In un abbraccio romantico i due giovani si promisero eterno amore per sempre come due fiori, simboli di purezza d'animo.
Fu in quell'istante che le labbra di Rosalba, carnose e fresche come petali bagnati dalla rugiada, si posarono finalmente su quelle del Cavaliere.
I due giovani sembravano come sospesi in un'estasi magica e il tempo aveva cessato il suo fluire divenendo segreto complice di quel gesto d'amore che li lasciò entrambi senza fiato, tramortiti da un'estasi indicibile. Centinaia di farfalle si levarono nel cielo rosso e turchese della sera, quando all'improvviso la voce del re Alberico tuonò - Come osi vile! Molestare anche mia figlia, illibata e leggiadra come un giglio! -
- No padre! - Esclamò Rosalba - Siete in errore. Sono stata io a volerlo, lo desidero più di ogni altra cosa al mondo -
Ma il re non sentì ragione e sfidò in duello il principe Estosi da Foligno, che non poté sottrarsi.
I duellanti si incontrarono nella radura a nord del castello in un cupo mattino di maggio, ancora avvolto in una misteriosa nebbia. Quel giorno l’aria ancor giovane fu come disseccata dallo sguardo dei duellanti e dalla violenza di ciò che si apprestavano a fare.
Entrambi avevano qualcosa da difendere, ma entrambi avrebbero dovuto farlo con la forza e la brutalità perché la ragionevolezza li aveva abbandonati.
Il Re era convinto di dover difendere l'onore della figlia e di tutta la sua stirpe, il principe, l'amore per la sua bella ed il proprio orgoglio.
Proprio mentre i duellanti sfoderano le spade comparvero per incanto Mago Merlino e Biolò. L’apprendista mago, preoccupato per quanto stava vedendo, disse con tono ansioso al Mago : - Bisogna che tu faccia qualcosa per fermarli o accadrà il peggio -
Mago Merlino che aveva già la soluzione così lo rassicurò: - Con il mio flauto farò diventare acqua le loro spade -
Senza attendere l’inizio delle ostilità, fece uscire dal suo flauto le note magiche RE - MI - SOL ed improvvisamente le spade si trasformarono in acqua.
- Cosa tu fai o Mago! Perché mi intralci trasformando il mio ferro in liquido? - gridò rabbioso Re Alderico.
- Maestà voi ignorate che il Principe Estosi da Foligno è stato liberato da Mago Biolò, mio aiutante, grazie ad un gesto d'amore. Per questa cagione voi non dovete provare odio nei confronti di codesto giovine, altrimenti Estosi, Poggio Pulcro, la nostra gente, sua figlia e perfino voi sire, tutti noi, insomma, cadremmo di nuovo sotto il giogo dell'antica e terribile maledizione dell'abate Rotolinox -
Il Re rimase muto sotto il peso di un dolore palpabile, come se il suo corpo di vecchio sovrano fosse divenuto campo di battaglia tra i sentimenti dell'odio e dell'egoismo da una parte e quelli dell'amore e della pietà dall’altra.
- Oh Estosi, i maghi hanno liquefatto le nostre spade di ferro, noi riusciremo a spezzare le spade dell'odio? -
Estosi cadde in ginocchio: - Maestà, voi che siete così saggio permettete che io divenga vostro figlio; io meschino e sciagurato che non ho mai avuto nessuno da amare veramente! Lasciate che possa amare, di fronte a Dio e agli uomini, la vostra adorata figlia Rosalba -
Prima che il Re Alderico potesse proferire una risposta, un incredibile fragore di uccelli cinguettanti annunciava l'arrivo della Principessa Rosalba, mentre il timido sole del primo mattino cominciava a riscaldare i cuori dei due contendenti e la terra ancora bagnata dalla notte.
- Si può perdere il senno per un attimo ma non ci si perde per l'eternità. Il desiderio di un istante non vale il dolore di una vita, il destino ci ha colto uniti e il mio scempio, se è tale, solo Dio lo giudicherà ! -
Il Re Alderico, ancora debole per i postumi del lungo sonno incantesimale subito, travolto e sgomento dalle forti emozioni e oltretutto colpito dalle illuminate parole della figlia prediletta, si sentì mancare e vacillò malamente prima di stramazzare a terra e cadere in un sonno profondo.
Prese a sognare la sua amata consorte Ludovina da Costantinopoli. Sognò di quando erano giovani, della loro passione, della loro "fretta nell'amarsi". Sentì la voce del suo vecchio padre che lo rimproverava, ma poi lo capiva e lo perdonava.
Vide Ludovina che sorrideva, lo accarezzava con la sua consueta dolcezza, si sentiva felice… finché non si svegliò di colpo nelle braccia della figlia.
- Rosalba perdonami! Esclamò Alderico : Sono stato egoista, ho invidiato la vostra gioventù; da quanto tempo non amo che me stesso e il potere che rappresento! Ora capisco l'essenza della maledizione del malefico abate Rotolinox : il nostro egoismo ci imprigiona nella solitudine di un tronco d'albero. Per questo le foreste delle nostre anime muiono pietrificate dai peccati e dalle miserie.....di piccoli uomini e di grandi uomini piccoli, come me -
Certo le parole del re erano ben strane, anche se il tono del discorso era conciliante e soprattutto beneaugurate per i due giovani. Rosalba, pertanto, non si turbò per quei concetti un poco sconnessi del vecchio genitore che, giustamente, riteneva ancora influenzato dai vapori dell’iracondia.
Del resto la Principessa, oltre che romantica, era una giovine solida e pratica: decise, pertanto, di sbattere otto uova di zabaione: metà per il vecchio ed amato padre, momentaneamente rincitrullito e metà per Estosi che doveva anch’egli recuperare tutte le energie disponibili per nuovi e... più piacevoli impegni.
Infatti Rosalba sapeva che per lei ed il Principe, i giorni a venire sarebbero stati di gioiosa preparazione all’inevitabile matrimonio.
I due giovani si erano abbondantemente compromessi e Rosalba capiva che non avrebbero potuto abusare ancora della comprensione di Alderico, "Generoso" sì, ma non fanello!


                        

                         Leonardo – Ginevra Benci -

V CAPITOLO


Con il sacramento del matrimonio di Estosi e Rosalba si corona il sogno d’amore di due giovani, ma soprattutto si ristabilisce l’ordine divino e sociale a Poggio Pulcro, che vede il popolo gioire nel mantenere in ricchezza e felicità il Re e la sua corte.

                               
                                Sergio Osimani- La contesa dello stivale

L'araldo, per ordine del Re, proclamò l'imminente sposalizio dei due principi.
Il popolo, pecorella non più smarrita (la successione sarebbe stata presto assicurata) esultò lieto del felice evento.
Poggio Pulcro era tutto in subbuglio per i preparativi: il clamore delle campane dalla chiesa dell' Antediadema, gli squilli di tromba, il Re che annunciava amnistie ed indulti a destra e a manca, tutto contribuiva all’eccitazione generale, ma soprattutto contribuivano i cortigiani e le dame perché sapevano che dopo il matrimonio, ora che Alderico era tornato alla vita ed al potere, l’austerità imposta dal ciambellano e dalla Regina Ludovina "La Spilorcia" era finita e presto si sarebbe insediata una nuova corte destinata ad essere mantenuta dall’operosità del popolo, con la consueta gioia.
Era finita l’austerità, erano finiti i disagi per i ricchi che in questi anni erano stati un po’ meno ricchi ed avevano dovuto patire qualche piccolo ed in fondo immeritato disagio. L’austerità era finita! FINITAAAA! Evviva il RE! Evviva gli sposi che con la loro giovinezza e vigore avrebbero allontanato lo spettro del lavoro e degli stenti per i nobili della Corte.
In mezzo a tanto giubilo, tutti apparivano più gentili, più disponibili! E anche il cielo sembrava dalla parte degli sposi mentre l'alba sfornava una luce misteriosa, calda come il pane, più intensa e ricca di mille sfumature.
I servi lucidavano a lustro il castello. I fanciulli del borgo raccoglievano fiori a fasci da disporre sul selciato della strada che conduceva al tempio, dove i due giovani si sarebbero scambiato il sospirato sì!
Tutto il paese era in festa!
I Poggiopulchrini erano come presi da un’eccitazione, una frenesia che li rendeva più ottimisti ed attivi, instancabili nel preparare tutto l’occorrente per la più grande festa che la città avesse mai conosciuto.
Le massaie si agitavano instancabili attorno ai fuochi della grande cucina del castello, le sguattere lavavano i pavimenti e gli scaloni di pietra e marmo mescolando all’acqua lurida il loro sudore.
Il paese era in festa! La carrozza che avrebbe condotto i due sposi era pronta da tempo con i postiglioni ai loro posti, pronti a guidare i quattro magnifici stalloni bianchi adibiti al traino.
 

VI CAPITOLO                           


La favola dell’amore assume improvvisamente le orribili sembianze di un lupo mannarro. Fortunatamente un vecchio protomedico, un gagliardo cerusico ed una giovane erbana riescono a recuperare le umane forme di Estosi. Almeno così sembra...



Evviva! Evviva gli sposi! Ancora nella mente eccitata di Rosalba, le grida di entusiasmo echeggiavano fragorose e festanti. I lunghi capelli di color del grano scendevano morbidi fino alle anche in una cascata di luce: lo specchio rifletteva il viso della Principessa così simile al ritratto appeso alla parete destra e raffigurante la regina madre Ludovina da Costantinopoli.
Ad un tratto la Rosalba si trovò alle spalle il Principe Estosi che l'attirò a sé, baciandola con impeto sulle labbra...
Il sapore dolce di fragole e di rose della Principessa si mescolò con quello aspro e salino del Cavaliere.
La Principessa d'impulso si scostò dal suo amato
- Caro, scusami, non so cosa mi prende, mi sento poco bene. Mi duole l'orecchio e tutta la parte sinistra del corpo ed anche la spalla... non era mai successo prima... -
- Mia adorata, non temere vedrai! E' un malessere passeggero. Stenditi sul talamo nuziale... -
Così dicendo, l'accompagnò verso il letto, dove la Principessa docile si adagiò supina. Le mani di Estosi cominciarono a tremare, il respiro divenne affannoso mentre il sudore gli imperlava la fronte.
- Oh bella... bella! - grugnì il Principe - Devi essere mia! -
Mentre Rosalba si irrigidiva impaurita, un fascio di luce lunare sfuggito alla tirannia delle nubi, illuminò la sagoma dello sposo.
Un urlo disumano riempì le stanze del castello, lacerando il silenzio della notte.
Il corpo di Estosi prese a contrarsi in spasmi orrendi, rapidamente si coprì di una folta peluria bruna; un ghigno atroce deformò la bocca di quello che fino ad un istante prima era un uomo.
Un altro orribile spasmo tese come un arco la schiena del mostro, il muso rivoltato all'indietro mostrava il luccichio di due enormi canini.
Rosalba terrorizzata si catapultò verso l'uscita, spalancando l'enorme e pesante porta di quercia. Cadde così, terrorizzata, fra le braccia del padre, il Re Alderico, che lì origliava: tutta la Corte fu testimone dell'orribile evento.

- Non ho mai visto niente di simile - esclamò Biolò, - nemmeno io - confermò il vecchio Merlino - occorre chiamare direttamente a consulto i più grandi licantropologi del regno. La sola magia non è sufficiente a dare una soluzione a questo caso di lunatismo -
E così, dopo alcuni giorni, mentre il povero Estosi era ancora incatenato nell'oscura stanza del castello, giunsero a gran consulto il protomedico Paulo della Ripa della Rovere, il chirurgo-cerusico Vincentius dal Brillo, luminare di taglio e cucito viscero-epiteliale, e Tonia da Castel Trosino Erbana ed Alchimista.
- La spina dorsale ancora irrigidita ed inarcata nel tipico atteggiamento di opistotonus depone per una forma di lunatismo, esordì il protomedico -
- Sì però, ora é più urgente occuparsi della tricotinosi irsutissima grottesca; necessita tosto della mia pozione latticinica - interloquì con voce arguta e sicura, la giovane Erbana Tonia da Casteltrosino.
A quel punto si fece avanti Vincentius che irritato dall’ insolenza dell'Erbana proruppe:
- Taci donna! Come possiamo somministrargli i tuoi intrugli prima che io con la mia perizia chirurgica gli asporti unghie e zanne ? -
- Si, ve lo sognate messere! ribattè l'Erbana senza usare il mio sonnifero atropinico all'estratto di belladonna -
- Vincentius, perdona l'irruenza e la foga della nostra giovane aiutante, che però tutto sommato ha una certa esperienza in fatto di ammansire belve lunatiche - intervenne il protomedico per cercare di ricomporre la diatriba.
- Ho studiato anche vampirologia e demonologia - stava riprendendo a dire Tonia quando incontrò lo sguardo severo e di disapprovazione del paziente Paulo dalla Ripa della Rovere che prese a salmodiare con voce stentorea:
- Angeli della medicina date a noi gli infusi giusti per possedere la salute del corpo e dell'anima -
Appena pronunciata l'arcana formula propiziatoria dei padri dell'antica medicina celtico-pagana, i due contendenti si acquietarono e finalmente il processo medico curativo potè avviarsi.
- Inizierei per somministrare un suffumigio di evaporato di tre once di aglio, cipolla e luppolo officinalis per indurre una prima sedazione del soggetto - consigliò il vecchio protomedico.
- Sono d'accordo collega, così potremo fargli bere uno scrupolo del mio estratto alla belladonna e mezza oncia di macerato di erba della Madonna e farlo così riposare su una tavola sdruccidata con unguento mercuriale - Era quest'unguento un preparato napoletano con grasso di porco lavato, mercurio crudo in parti uguali, agitati in mortaio di pietra e uniti diligentemente finchè il mercurio fosse definitivamente estinto.
- Utilizzerei però anche, per sicurezza maggiore, un crocifisso d'argento come usano fare i frati cristiani della Padania nord-orientale dove ho dimorato per anni e dove ho imparato anche questa preghiera che, a mio avviso, è indispensabile salmodiare al momento del risveglio del licantropo - concluse l'Erbana Tonia.
- Padre nostro che sei nei cieli:
padre saggio, dacci oggi l'amore che dà potenza,
dacci oggi la speranza,
dacci oggi la misericordia,
dacci oggi la fede per sconfiggere il male,
per i nostri Signori Gesù Cristi
in croce e non -
e così i tre sapienti fecero.
Il cerusico Vincentius potè asportare gli enormi canini e gli acuminati artigli del povero corpo di colui che era stato il Principe Estosi. Poi L'Erbana Tonia procedette a far ingurgitare la pozione latticinica per ridurre la trichinosi.
Successivamente andò a far ingurgitare l'elettuario lupinico che l’erbana aveva conservato all’uopo gelosamente sotto il fieno, a temperatura, in un grande boccione di vetro scuro. Tale elettuario era un suo personale ritrovato di cui ella, giustamente, andava fiera nonostante i lazzi invidiosi del cerusico Vincentius. Il rimedio era un sapiente composto di estratto infinitesimale di orchidea, di conserva di fiori di ninfea bianca, di fiori di camomilla, uniti a lattuga virosa, cavolo rosso, elleboro fetido colto in una notte di plenilunio, canfora anafrodisiaca, valeriana officinalis il tutto, infine, era miscelato con sperma infinitesimale di vitello vergine.
Dopo soltanto pochi minuti, le potenti pozioni dell’erbana guaritrice cominciarono a produrre i loro benefici effetti: il corpo del mostro fu attraversato da tremiti profondi che lo scossero fin dentro le viscere. La folta peluria da lupo collassò sotto la pelle, permettendo ai lineamenti di ammorbidirsi e distendersi fino ad assumere le nobili sembianze del Principe Estosi.

 

VII CAPITOLO

               


Il sapere dell’erbana, del protomedico e del cerusico riesce a ridare forma umana all’immondo licantropo: ma, al posto di Estosi, la principessa incontra lo sguardo del fratello gemello Astorre da Montefalco che narra la sua storia dolorosa.
Intanto, chi andrà sulla Luna per riportare sulla Terra il promesso sposo di Rosalba?



- Dove sono? Che cosa è successo Dio mio? Ho le membra distrutte e mi dolgono le spalle e tutte le ossa -
- Presto, fate chiamare la Principessa Rosalba, affinchè possa abbracciare il suo amato, oramai guarito - ordinò, senza nascondere la propria eccitazione e soddisfazione, il protomedico Paulo della Ripa della Rovere.
- Calmatevi signori! Sarà bene e cosa giusta che l’erbana, se ci riesce, prepari un'altra dose dell'elettuario lupinico - aggiunse malignamente il cerusico Vincentius dal Brillo.
- S'è per questo, signor cerusico illustrissimo, sappia che un secondo boccione attende sotto il fieno, perchè come voi spero sappiate, in questi casi, è una buona norma somministrarne tosto un richiamo - rispose puntigliosa Tonia l'Erbana, mentre sopraggiungeva nella stanza la Principessa.
Lo sguardo e l'espressione della giovane Rosalba si incontrò con lo sguardo di Estosi stranamente velato di una enigmatica malinconia.
- Ma chi siete realmente messere?
Voi che assomigliate a Estosi come si rassomigliano due gocce di rugiada in un mattino d'aprile. Diteci orsù tutta la verità fino in fondo -
- Ma Principessa che cosa andate favellando? La felicità vi ha fatto uscire di senno? - intervenne incredulo ed alquanto preoccupato Paulo il protomedico.
- No miei signori, vi sbagliate! La Pricipessa ha visto con gli occhi del cuore ciò che voi non potete immaginare, malgrado la vostra sapienza. Haimè, in verità io non sono Estosi, bensì il suo odiato gemello Astorre da Montefalco! -
Fu così che tra lo sbalordimento generale, con la Principessa impietrita come una statua di marmo, il sedicente Astorre iniziò a svelare l'arcano.
- Sin dai tempi passati ho odiato mio fratello perchè più fortunato di me; stesso corpo, stesso volto, ma già dalla prima luna piena della nostra esistenza avevo compreso che il mio destino era ben diverso, perchè il mio corpo si trasformava in modo orrendo e tutti, compresa mia madre, mi escludevano.
Non ci fu alcuna pietà per me, sappiate solamente che fu mia madre a farmi rinchiudere nella Grande Torre.
Fortunatamente, con il passare degli anni, avevo trovato il modo di fuggire dalla mia prigione quando ero trasformato in lupo: vagavo allora per i boschi, ululando alla luna, in cerca di vittime e amore, lacerato dalla mia doppia natura lupina ed umana.
Fu in una di quelle occasioni che mi imbattei in Fauci Affilate, il famigerato Lupo degli Abruzzi. Fu lui che mi accostò ai piaceri della carne lupina.
La mia natura selvaggia ebbe così un primo appagamento da questi amplessi bestiali. Nel branco, io e Fauci ci abbandonavamo a piaceri insoliti e strani, a libagioni smodate di uve selvatiche e di carni ancora calde ed insanguinate, mentre, in fretta consumavamo piaceri orgiastici ed occasionali.
Il Lupo degli Abruzzi ghignava scoprendo le sue zanne luminose di bava; sembrava percorso da un'energia senza fine, animato com'era da una forza inarrestabile che lo muoveva verso il vizio e la lussuria. E io lo seguivo come se finalmente avessi trovato la mia vera natura.
Era così che avrei voluto vivere: lupo! Lupo fino in fondo!
Ma purtroppo la mia natura umana urlava con odio e rabbia dal fondo della mia animaccia nera. Volevo diventare un lupo carnale? Oppure volevo essere una persona(seppure un pò allupata)? Ma cos'è più normale essere un lupo o una persona?
Dopo tante notti bruciate nei boschi dietro al Lupo degli Abruzzi, con questa maledizione che mi portavo addosso come un tradimento nei confronti dei miei fratelli lupi, alla fine non resistetti più: volevo essere uomo, avevo deciso e pertanto ero costretto a guarire dalla parte migliore di me, dovevo lasciare la mia selvaggia ed innocente lupità.
Era questa, infatti, la parte più vera , ingenua ed autentica del mio essere, ma non ebbi il coraggio di coglierla! Volevo diventare un piccolo uomo con un grande cuore da colmare d'amore.
E chi se non mio fratello Estosi aveva da sempre, immeritatamente, ricevuto amore? Per questo volevo mettermi e mi misi, al suo posto: avrei avuto l'amore e sarei diventato anch'io un essere umano!
Nel contempo, Estosi cresceva e viveva la sua vita dissoluta e, pur rendendosi conto del suo grande privilegio non esitava ad abusarne.
Nella Grande Torre io venivo a conoscenza delle sue malefatte che mi colpivano, pugni per il mio povero stomaco: mi restava solo il tempo, in quelle lunghe notti, per pensare alla vendetta che avrebbe dovuto ridarmi quanto mi era stato tolto.
Ah! Come ho gioito quando Estosi è stato imprigionato dal sortilegio dell'albero e come di nuovo sono stato travolto dall'invidia quando mio fratello è stato liberato da un gesto d'amore e io, sciocco, mi sono illuso di poter essere liberato allo stesso modo.
Ma l'amore di cui stavo per godere non mi spettava. Per me non c’é amore , né affetto. Nessuna si interessa a me. Sono e sarò sempre solo! Ora so che è stato tutto inutile e vorrei che Estosi riprendesse il posto che gli compete, ma lui è lontano; è sulla Luna. Chi oserà mai volare fin lassù per riportarlo alla sua amata? Vorrei non aver mai rubato il libro dei sortilegi e non aver mai pronunciato la frase che ha scagliato il mio povero fratello sulla faccia oscura della Luna, proprio al limite del Mare Marginis.

 

                            
                            Andrea Caprari – Il lupo e il gregge
 


VIII CAPITOLO


Il bandito Bertholdus può sottrarsi alla morte per impiccagione solo se accetterà di intraprendere un’avventuroso viaggio sulla pallida Luna per riportare a Poggio Pulcro ed a Rosalba il Principe Estosi.    


                                   

                    Sergio Osimani – Cavaliere feudale



Sua Maestà Alderico, informato di tali mirabolanti avvenimenti, decise di recarsi immediatamente nei sotterranei del castello dove era imprigionato il bandito Bertholdus da Maiolati per aver commesso gravi reati contro la proprietà e la caccia di frodo.
"Non posso sopportare di vedere mia figlia così soffrente, devo trovare il modo di alleviare il suo dolore" - pensava il re camminando su e giù per l'immensa sala del trono seguito dal servo Sciabolò che, pur non comprendendo cosa stesse accadendo, fedelmente partecipava dell'agitazione del re.
Bertoldus giaceva sdraiato sul tavolaccio umido della sua cella, cercando di guardare attraverso la grata quel poco di cielo a lui tanto caro e conosciuto. L'indomani sarebbe stato impiccato sulla pubblica piazza e nella sua testa mille pensieri si sovrapponevano e si confondevano.
Pensava alla foresta, ai suoi uomini, alla sua donna e per questo non riusciva a dormire dentro quella cella umida e maleodorante, lui che era abituato a vivere sotto le stelle, a bere, mangiare, e trascorrere la notte all’aria aperta cantando e facendo baldoria insieme agli uomini della sua banda.
Il Re così iniziò: "ho un’offerta da farti Bertoldus, se tu vuoi puoi salvarti! Non ha mai detto la verità come adesso e se farai ciò che dico avrai salva la vita."
"Sono tutto orecchi" rispose alzandosi in piedi il bandito. "Ditemi cosa devo fare e non avrò dubbi".
Il Re aggiunse: "fatti mandare sulla luna a cercare il cavaliere Estosi da Foligno. Rotolinox non rifiuterà. E’ stato lui a fare l’incantesimo e lui ora risolverà l’arcano. Se riuscirai a farlo tornare qui sulla terra, ti concederò la grazia, evitandoti la morte sulla forca."
"Ci andrò. Farò come volete!" esclamò il brigante senza esitazione alcuna. "Ma per l’amor del cielo, liberatemi dalla pena di morte. Non ho ucciso che un uomo e ora mi ritrovo con la morte a fianco."
In un giorno d’estate dell’anno 633 della Nuova Era l’evento straordinario stava per compiersi: raggiungere la luna su di una botte di rovere e ferro costruita in gran segreto nei sotterranei della reggia da Mago Merlino, coadiuvato dal suo aiutante Biolò e dall’abate Rotolinox, reo confesso e pentito dei suoi malefizi.
Finalmente pronta, la botte fu sistemata al centro della corte del castello dove la popolazione tutta si era radunata incuriosita dallo strano oggetto. Il brigante Bertholdus e tre uomini della sua banda vi entrarono dentro baldanzosi e fieri per la ritrovata libertà, ma nello stesso tempo preoccupati per il periglioso viaggio. Tutto ad un tratto Merlino pronunciò la formula magica (.....) e tra fuochi, scoppi e fumi la botte schizzò in cielo. Nel fuggi fuggi generale troneggiava Merlino con il suo zolfanello bruciato ed il sorriso beffardo ancora sulle labbra. Il viaggio si presentò alquanto inquietante ed avventuroso tanto che l’usuale calma del capo dei briganti fu scossa fortemente mentre i suoi uomini apparivano stranamente impauriti. Ciononostante riuscirono ad atterrare. Ciò che videro immediatamente fu una collina di terra rossa. "Estosi! Estosi! Dove sei, vieni fuori! Siamo venuti a salvarti, e riportarti sulla terra". - urlava a pieni polmoni il brigante Bertholdus; "Accorrete! Accorrete! Mi sembra di scorgere qualcosa -gridò uno dei briganti. "Speriamo che sia vivo" - disse un suo compare.
Il principe Estosi era seduto vicino all’imbocco di una caverna, avvolto in un pesante mantello di lana. Lo sguardo smarrito sembrava non vedere i briganti che lo chiamavano e gli correvano incontro. La barba lunga di giorni e giorni, il bel volto scavato e provato dalla solitudine, mostravano una figura enigmatica: era quello un saggio per aver vissuto esperienze eccezionali ed essere riuscito ad integrarle nella propria psiche, oppure era un uomo sconvolto nella mente e nel corpo dal terribile clima lunare?
Bertholdus, dopo aver ordinato agli altri di fermarsi si avvicinò con cautela e chiamandolo a bassa voce lo toccò sulle spalle. Estosi sembrò scuotersi dal suo torpore
"Cosa c’è, chi siete, che volete! Da dove saltate fuori!"
"Noi abbiamo il potere di riportarti sulla terra, messere Estosi"
"Fatelo tosto!" rispose il principe con sollecitudine, come non aveva mai fatto nella sua vita.
"Sono stanco di stare qui tra queste valli desolate sotto questo cielo nero e silenzioso dove le stelle sembrano occhi sbarrati, immensi e crudeli".

Il gruppetto dei briganti con il principe ritornò verso la "Res Siderea". I briganti entrarono nella botte di rovere e ferro, sigillarono i boccaporti e diedero fuoco alla miccia magica. Un grande boato lacerò il silenzio del cosmo mentre la Res veniva proiettata verso la Terra.
I briganti furono schiacciati da una forza immensa contro le pareti della Res Siderea che scricchiolò sinistramente.
La Luna in un attimo diventò un punto lontano e il castello di Alderico riempì improvvisamente la visuale dell’oblò.
Più veloce del pensiero e della fantasia erano atterrati nella corte del maniero! Vi fu un urto violento contro il pozzo centrale che squarciò letteralmente la botte. Il rumore causato dal tremendo impatto dell’insolito veicolo contro il suolo fece accorrere tutti gli abitanti verso il luogo del terrificante atterraggio. Tra questi c’erano, naturalmente, l’ansiosa Rosalba e suo padre Alderico. Nessuno può immaginare con quale sorpresa gli occupanti della botte riuscirono a sgusciare all’aperto e verificare come tutte le loro povere ossa fossero ancora intatte ed al loro posto! Bertholdus da Maiolati appariva barcollante e semi-tramortito, incapace di proferire verbo, al suo fianco lo "stralunato" cavaliere era ancora impaurito ed incredulo: si rimetteva faticosamente in piedi, al centro della piazza invasa da popolani vocianti e nobili curiosi.
"Ma dove sono?" Ma chi siete e cosa volete da me?" -gridò con voce ancora tremolante e stridula Estosi da Foligno.
All’improvviso i suoi occhi centrarono quelli splendenti di una fanciulla: erano gli occhi della Principessa Rosalba. Gli occhi brillanti della sua donna illuminarono completamente la mente di Estosi facendolo rinvenire totalmente dal suo torpore. Rosalba corse incontro al suo amato e stringendolo fra le braccia sussurrò con voce tremante ed appassionata: "Si non ho dubbi, è lui il vero Estosi, il mio grande amore!".
Si strinsero insieme in un lungo e profondo abbraccio. Rosalba non credeva ancora ai suoi occhi: Estosi era tornato a casa! Felice per l’evento lo accompagnò al castello e gli offrì da bere. Era tanto tempo che non lo vedeva, il soggiorno lunare aveva fiaccato Estosi a tal punto che non discerneva ancora, e lei non poteva fare altro che rifocillare come meglio poteva il suo amato.
Ad un tratto Rosalba scoppiò in lacrime e disse: "o tesoro mio, luce dei miei occhi, stella del cielo, quanto mi sei mancato, ma ora che sei finalmente tornato ed ho la fortuna di abbracciarti, dimmi come sei stato sulla Luna. Ti vedo fiaccato dalla solitudine e dal freddo; ti prego dimmi qualcosa".
Estosi incominciò dicendo:
"per prima cosa ti voglio dire o fiore mio, che mi sei mancata moltissimo, soltanto il mio amore per te mi ha dato la forza di sopportare la disperazione della solitudine e del freddo. Ora, finalmente, tutto è finito, staremo sempre insieme, sarai mia, mia per sempre, spero che ci sposeremo al più presto".

 

IX CAPITOLO

I due giovani principi  non pensano che a guardarsi negli occhi: così Re Alderico prende in mano la situazione ed organizza una  festa di nozze, a cui è invitata tutta Poggio Pulcro e che impazza per un’intera settimana. Il vino scorre generoso, gli invitati parlano, ballano, litigano e…s’innamorano (qualche volta)! 

 

 

Il Re Alderico, invece, sapeva che  non era finito un bel niente, ancora! Anzi il più era da fare: per i due principi innamorati niente contava, ma lui era un sovrano ed un uomo vissuto, sapeva bene che occorreva occuparsi delle cose concrete e che non si vive semplicemente guardandosi negli occhi. D’altra parte si sentiva anche solo perché, stranamente, la regina Ludovina da Costantinopoli, La Spilorcia, era fredda e lontana, come se non fosse stata felice del suo ritorno alla vita! Non sembrava partecipare della gioia dei due giovani ma, al contrario, era depressa ed irritabile: Alderico, una volta di più, prese mentalmente nota di questo problema, come un qualcosa che avrebbe affrontato più avanti e che inopinatamente tendeva a legare alla figura  di Adelmo, il Gran Ciambellano, ma questa, comunque, è effettivamente un’altra storia…

Con passo frettoloso, dunque,  si recò dai due e disse: “Ah, siete qui, finalmente vi trovo! Ho intenzione di imbandire un grande banchetto in vostro onore, che ne pensate?”

“Padre, - disse Rosalba - noi siamo tanto felici anche così, non ci importa, ma se voi siete contento, date pure voce alle trombe”.

E così fu fatto. Alderico ordinò che si spargesse la notizia della festa che sarebbe durata una settimana.

E così fu fatto. Tutto il popolo partecipò al banchetto e al gran ballo che si protrasse per tutto il tempo stabilito

Nei giorni della festa di nozze, girando per le strette vie del borgo, si potevano incontrare il giocoliere saltimbanco Marcellinus Serafinus, il brigante Bertholdus da Maiolati, tirato a lucido, con gran cappello a larghe falde e una spada tempestata di pietre dure al fianco; chiacchierava e confabulava con  Mago Merlino di un  nuovo ritrovato chimico per fare polvere da sparo più potente.

Un osservatore attento avrebbe notato che nel parlare lanciava occhiate compiacenti alla damigella in rosso che gli ballava accanto.

Rotolinox, l’abate pentito, addentava un grosso coscio di cerva e si inchinava al passaggio di sua Maestà Alderico che, con la mano impreziosita da grossi anelli d’oro, benediva gli ospiti ormai stanchi e avvinazzati.

Intanto i tre signori protomedici: Paulo della Ripa della Rovere, Vincentius del Brillo e l’herbana Tonia da Castel Trosino discutevano animatamente su i corretti rapporti che la giovane disciplina della medicina definita ‘scienza’, dovesse intrattenere con l’alchimia e la magia praticate dalla maggior parte dei sapienti del tempo.

Purtroppo la discussione stava incontrando difficoltà insormontabili rappresentate  dal Lagrima di Morrhus d’Alba che fluiva generoso nelle loro avide gole.

Il naso rosso, i singhiozzi intercalati, un po’ di traveggole, lasciavano capire che erano totalmente ubriachi.    

Stranamente Tonia l’herbana da Casteltrosino, donna minuta, ma tutta d’un pezzo, lei che era anche astemia, aveva alzato un po’ troppo il gomito... EBBENE SI, era proprio brilla ma ciononostante continuava imperterrita a borbottare e ad enunciare confuse teorie.

Vincentius del Brillo e Tonia, oramai ubriachi, con l’ennesimo bicchiere in mano, discutevano animatamente e senza lucidità sul nuovo sapere portato dalla scienza medica, rimproverandosi l’un l’altra le scelte terapeutiche da ognuno effettuate. Finalmente l’herbana Tonia cadde a terra sfinita dall’alcool, ma nonostante questo Vincentius continuava ancora a gridare verso di lei, quando Paulo riuscì a porre fine alla disputa mettendo a letto la povera donna.

Poco più in là Astorre era in dolce compagnia della principessa Emanuelle, Contessina Del Cigno e diceva: “sei la mia amata e ti porterò su Marte dove vedremo i pascoli rossi in cui cadono abbondanti nevicate e piogge incantevoli durante tutte le stagioni dell’anno. Vedremo i marziani con tutti i loro usi e costumi, il loro Re Marte vestito di un lungomantello verde, decorato con una croce rossa, ulteriormente adornata di  colori grigi, neri, turchini, simbolo del paesaggio marziano.

Al fianco sinistro portava il pugnale, segno di spirito guerriero, con la spada lunga, da crociato, alla destra: era un re filosofo che atterrando con l’astronave sulla terra aveva parlato con i cristiani (abitanti della terra) e si era convertito al cristianesimo.

“Ah come sono contento che tutto il pianeta di Marte abbia abbracciato la vera fede e goda dello stesso benessere dei terrestri. Ti sposerò Emmanuelle! Studieremo l’astronomia, la legge, le lettere, tutta l’epopea classica, compresa l’Iliade, lOdissea e  l’Eneide. Studieremo la matematica,la fisica, le scienze , diventando scienziati e letterati insieme. Governeremo il nostro regno con rettitudine ma anche con giustizia, comprendendo i ricchi ma soprattutto aiutando i poveri in modo che vi sia un equo e giusto tenore di vita e tutti possano vivere bene, anche gozzovigliando e divertendosi tutti”

‘con moderazione” aggiunse prudente.

“Alla fine moriremo contenti di aver fatto del bene a tutti!”

 

X CAPITOLO

 

Finalmente il Notaro di Corte può certificare la consumazione del vincolo matrimoniale, tra i due giovani principi, mirabilmente  ritratti nel dolce paesaggio poggiopulcrhino dal pittore Hosimanus.

 

 

 F.Hayez – Rinaldo e Armida

  “Questo caldo è veramente opprimente e questa luna non rinfresca certo l’atmosfera. Speriamo almeno che il pittore di corte Hosimanus sia guarito dalla sua congiuntivite e possa documentare artisticamente la consuntionem nuntialem attraverso il regio buco della serratura.”

Questi i pensieri che attraversano la mente di Luca Zitto, l’elegante e distinto notaio di corte, uomo dotto di legge proveniente dalla misteriosa città d’acqua e d’isole chiamata Venezia.

Luca Zitto aspettava sdraiato da una settimana nella penombra sotto l’impalcatura di pino che sorreggeva con due gradini il Copulario del Regno. Era questo un grande letto a baldacchino, antico di cinquecento anni, dove erano stati concepiti tutti i re e i principi di Poggio Pulcrho e dove il notaro, oggi, sperava di apporre la sua firma per attestare l’avvenuta consumazione del matrimonio ed il probabile concepimento di un nuovo rampollo della casa degli Alderichi. Certo il notaro non era per niente soddisfatto degli atteggiamenti amorosi davvero troppo timidi che si stavano scambiando i due principi. Spazientito cominciò a battere da sotto il letto, invitando così i due giovani ad impegnarsi di più, a fare sul serio. Meno tenerezze e più passione!

E così, mentre il funzionario di corte si arrabattava per risolvere nel migliore dei modi i suoi problemi di burocrazia nuziale, Hosimanus, il pittore di corte, dipingeva sulle pareti della camera,  il letto con le colonne e il velo rosa magicamente deposto nella radura di  un bosco leggiadro, popolato di cervi e daini; lontano sembrava di udire il suono dei corni e il latrato dei cani con il Re, la Regina, la corte, i servi e i cani stessi rappresentati mentre   inseguivano prede oramai allo stremo delle forze. Il cielo con la costellazione di Orione, le scure montagne e il mare bellissimo e spumeggiante ai piedi del castello di Poggio Pulcro facevano da sfondo ai due sposi finalmente ritratti dal pittore  nel loro amplesso dolce e sensuale.

Ah! L’amore che cosa combina!

Fu solo il mattino dopo, che gli sposi, attenuato il primo entusiasmo e tornati alla ragione, si precipitarono ad esporre il prezioso lenzuolo segnato dal sangue verginale della giovane principessa. E, come un temporale estivo, eruppe il boato entusiastico del popolo in attesa da giorni di quel  segno di futura prosperità.

Era trascorsa appena un giorno dall’esposizione del lenzuolo nuziale che finalmente il soddisfatto  Re Alderico si poteva recare dal notaro per la ratifica del contratto. Aveva riposato bene durante la notte ed ora si sentiva ben sobrio.

Il Notaio Luca Zitto dal canto suo era pronto da tempo; non vedeva l’ora di incontrare Alderico per  fissare sulla pergamena l’avvenimento.

Il Re Alderico giunto in sede disse subito: “Oh! Eccoci qua! Allora per prima cosa intendo spiegare a tutti quanti che il matrimonio è avvenuto ormai da tempo e che siamo a buon punto per la ratifica. Estosi da Foligno e Rosalba sono ormai sposi, uniti nell’amore e perciò marito e moglie. Possono considerarsi in procace intimità”.

Il Notaio aggiunse: “quand’è così per me possiamo passare alla ratifica”. Alderico disse: “allora scriva! Addì 3 settembre 1233 il sottoscritto Alderico Re e Sovrano di questo paese, in grazia di Dio e per volontà del suddetto dichiara quanto segue: la Principessa Rosalba ed il Principe Estosi da Foligno sono convenuti a nozze: pertanto, nessuno osi scindere ciò che Dio ha unito”.

EPILOGO

 

La volta del cielo era illuminata da una strana luce che si confondeva con le acque azzurre del fiume e del mare. Le stelle erano di un colore candido argenteo. La luce della luna e delle stelle erano un tutto uno, i fiori coloravano un paesaggio da favola. L’atmosfera era pervasa da una luce molto mattutina e gli sposi erano in attesa di un evento spettacolare: la caduta delle meteoriti figlie del pianeta Marte che avrebbero colorato di rosso la sorgente liquida della vita. Da allora si narra che le giornate dove i colori si confondono e sfumano l’uno nell’altro come in un arcobaleno, sia possibile vedere lungo la corrente del fiume, il lento sfilare di un antico legno di pino magico. Si dice ancor che trattenendo il respiro e chiudendo gli occhi, sia possibile immaginare una storia bella e romantica come quella che vi abbiamo appena raccontato.

 

 

F.Hayez – Il bacio

 

Fine/almente



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