info@asiamente.it

Express arte

|Il pino incantato|Evviva l'albero d'inverno|Il fumo di U.Paoloni|Eroina di cesare il Vichingo|Biografia di S.Osimani|Dipinti e aforismi|Che cos'è l'arte|Pagine Bizz |Poesia: parlami d'amore|Biografia di Andrea|Francesco Ambrosi | Ho smesso fi fumare


La poesia di Umberto Paoloni
 
“EVVIVA L’ALBERO D’INVERNO”



La copertina del numero zero di Capo Horn è stata realizzata da Alfredo, nostro grafico nonché infermiere, inserendovi anche una poesia di Umberto Paoloni. Non potevamo perciò inaugurare questa rubrica che con alcune sue poesie. Anche perché da tutti è riconosciuta e apprezzata la simpatia di Umberto, che tra l’altro contagia utenti ed operatori con alcune sue espressioni tipiche: “infatti infatti!”, “già già già !”, “liscio sopra l’olio”. Noi ovviamente non pretendiamo di presentare poeti né di fare critica letteraria, ma crediamo che ognuno di noi può avere momenti importanti e lirici, che la scrittura coglie e conserva come una testimonianza di vita. Ecco perché dentro il nostro gruppo redazionale è stata ricostruita a grandi tratti la sua vita, che qui presentiamo insieme con l’intervista rilasciata a Luciana sui rapporti fra la vita e la scrittura.



Umberto nasce nel 1966 a Moyeuvre-Grande (Moselle, Lorraine) e vive la sua infanzia a Rombas fino all’età di 13 anni.
Nel marzo del 1979 la famiglia Paoloni deve rientrare in Italia, perché il capo famiglia si è ammalato gravemente e l’anno dopo, il I dicembre 1980, il padre di Umberto muore.
A Montecarotto, piccolo borgo dell’entroterra jesino, dove la famiglia si stabilisce, Umberto diviene il “francesino” e sperimenta difficoltà di adattamento all’ambiente. A Montecarotto infatti gli stimoli e le risorse culturali sono minori rispetto Rombas, dove Umberto aveva amici e dove ancora conserva il ricordo del profumo dei boschi e il ricordo della ferrovia con i suoi treni, che trasportavano il ferro e l’acciaio. A tutto ciò si aggiunge il pensiero delle piccole cose dell’infanzia, come il suo primo vestito importante, quello della prima Comunione impreziosito da un papillon rosso scuro, per il quale il senso di nostalgia acquista un sapore più intenso, fatto di separazione e di perdita.
Le prime esperienze di lavoro in fabbrica, che sono brevi e fallimentari, lo sospingono sempre di più ai margini della vita produttiva e sociale. Sono questi gli anni della sua crisi psicologica ed esistenziale, che forse solo oggi sembra trovare soluzione in un contesto diverso, più tollerante ed aperto. Sono però anche gli anni della solitudine, dove ha più tempo per riflettere un pensiero che diventerebbe sempre più autoreferenziale, se non trovasse uno sbocco positivo nella forma scritta della poesia e della prosa.


L: Umberto, come e quando ti vengono in mente le tue poesie e perché?

U: Magari a volte nella mia mente ho solo poche righe, allora in questi casi bisogna essere aiutati dal Signore, perché sennò la poesia non va avanti. Quando il Padreterno mi aiuta, posso allora buttare giù la seconda riga, e quando si ammucchiano i pensieri, scatta l’immaginazione e arriva la poesia. Io ho iniziato a scrivere a 17-18 anni, perché ero solo.

L: Perché hai scritto una poesia come “Quell’essere spregevole chiamata lumaca”?

U: E’ una poesia che ho scritto subito dopo aver smesso un lavoro che era forse pesante. Sollevavo fogli e cartelle in un ufficio del Comune e mettevo anche i timbri. Allora ho immaginato di stare in Francia, come quando ero bambino. Quella volta mi piaceva osservare la vita di questi piccoli animali come le lumache. Le guardavo accoppiarsi, lasciare una striscia di bava luminosa, vedevo nascere i figli e tutto con molto lentezza.

L: Cioè, che vuoi dire Umberto?

U: Voglio dire che osservando le lumache ed anche i lumaconi, io rallento la mia vita e do sfogo alla mia fantasia e ai miei pensieri, come nuvole portate dal vento. Allora diventa facile passare da una lumaca e dalla sua lentezza, alle lenticchie, alle lenti a contatto e allo stupore che mi prende e che spero prenda anche il lettore per essere andato, seppur lentamente così lontano.





                        QUELL’ESSERE SPREGEVOLE CHIAMATO LUMACA



                        Infatti esso prende decisioni molto lente

                        per approvare i propri consigli.

                        Addirittura lentamente si dirige

                        sui fatti della giornata con lentezza

                        di sicuro con il sapore di lenticchie

                        che si sono mangiate lentamente in un quarto di secolo

                        e non in un quarto d’ora.

                        Destando poi lento stupore sui fatti della giornata



                        nella sua fabbrica di lenti a contatto

                        legge lentamente a suo figlio la tartaruga

                        un lento essere che si dirige anch’esso

                        sui fatti della giornata ogni addì sera.

                        Tutta la famiglia va digerendo le lenticchie

                        e la lumaca va via leggendo con le lenti a contatto

                        lungo la serata durante la quale la tartaruga

                        il figlio della lumaca non ha fatto nient’altro

                        che digerire il tutto quanto, già digerendo.





                        UN ALBERO IN INVERNO





                        Ecco che stando lassù sulle nostre belle montagne

                        d’inverno ci fa tanta neve.

                        Più in giù dopo i monti subito prima delle pianure

                        tra le colline e le montagne c’è un albero

                        qualcuno che è vivente senza alcuna foglia.

                        Invece d’estate questo albero è pieno di foglie quasi verdi.

                        In autunno le foglie s’inbruniscono e poi cadono

                        e in primavera le foglie nascono tutte belle verdi per l’estate.

                        Evviva l’albero in inverno

                        perché è lui che vive tutto un inverno

                        tutto nudo aspettando la primavera.

                        Infatti si vestirà di nuovo tutto di fiori

                        e in colore verde.


                                        LA MIA VESPA



                        Eri la mia vespa

                        che un giorno mi portasti qua

                        giù a Jesi e su anche ad Arcevia.

                        Però come un vero ciclomotorista

                        mi feci cavalcare

                        tutto gruccio in avanti.

                        Una volta, se ti ricordi vespa

                        io ti lasciai giù dal meccanico

                        e da ragazzo stupido

                        non volevo più venirti a trovare

                        perché non andavi neanche un po’ avanti

                        ché io e tu vespa, non tu ma io

                        non mi sono accorto

                       che non funzionavi più.

                        Era come diceva il meccanico

                        che era staccato il filo della candela.

                        Io come un ciambotto



                                                    I PRIMI PASSI

                       

                                    Verso la sera, dopo una quarantina di giorni

                                    o solamente una decina di giorni

                                    passati sempre assieme e in armonia con mia madre

                                    quando ero appena nato,

                                    io salii sulla Fiat Nuova 500 del mio papà

                                    iniziando per la prima volta

                                    a camminare con le mie proprie gambe

                                    facendo i primi passi.

                                    Allora mio padre disse: “oh madonna!”

                                    E mia madre: “però, sa già camminare!!!”


LE MACCHINE ANCHE QUELLE DELLE FOTOCOPIE




*Macchina rotativa per stampare, tagliare e impilare.


O macchina che ti moltiplicherai come rane in un lago, ma poi che farai come le rane, perché alcuni chiamati inventori e fabbricatori ed anche costruttori, che ti costruiranno, sono anche manipolatori di te stessa e di tutta la nostra umanità.
E si dirà anche, che ci saranno dei computer che serviranno a farti fare come le rane per essere usata, nel futuro poi come tutte le macchine ovvero l'automobile.
Verrete usate come strumenti della nostra società in cui tante persone vi useranno per cavalcare tante grandi distanze sia lunghe che corte.
Addirittura le macchine delle fotocopie perché vomiteranno così tante copie che serviranno ad aumentare i lavori negli uffici, come quelli dei comuni dove lavoreranno tanti impiegati, che non si accontentano mai di tutto ciò.


UMBERTO PAOLONI
 

Home

|Il pino incantato|Evviva l'albero d'inverno|Il fumo di U.Paoloni|Eroina di cesare il Vichingo|Biografia di S.Osimani|Dipinti e aforismi|Che cos'è l'arte|Pagine Bizz |Poesia: parlami d'amore|Biografia di Andrea|