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Un giovane psicotico mette a dura prova l’èquipe terapeutica costringendola a discutere animatamente su quali siano i modi migliori per intervenire.
Gli strumenti tradizionali mostrano la corda: più che nuove tecniche di cui dotarsi occorrerebbe che gli operatori (i sani) provassero a cambiare prima se stessi e il loro modo di pensare…

di Paolo Ripanti

“Guido è andato di nuovo in crisi dura!
Quando?”
“Ieri. Diceva, anzi, strillava che i lupi lo inseguivano fin sotto casa per squarciargli la gola.”
Il medico fa una pausa e poi riprende guardando negli occhi i due colleghi infermieri:
“Dovreste andare a casa a prenderlo, i familiari sembra che lo abbiano convinto a ricoverarsi e…”
“… e per forza che finiva così: erano tre giorni che non prendeva più né Haldol, né Largactil con, in più, l’iniezione scaduta da cinque giorni!”
“Succede così ogni volta – fa eco l’infermiere più anziano ed esperto al collega che aveva completato il pensiero dello psichiatra - Ormai lo sappiamo!”
“Certo, succede così ogni volta che il padre comincia a sbraitare, anzi ad ululare perché Guido va al tirocinio lavorativo, invece che stare ad aiutarlo in campagna!
Altro che medicina - continua l’educatore – il padre bisognerebbe ricoverare: E’ lui il vero lupo! Non vuole che il figlio vada al Centro Diurno, il pomeriggio, perché deve stare con la madre, così lui se la può svignare al bar a bere e giocare a briscola e tre sette con gli amici!”
“Purtroppo, o per fortuna, come sempre, la verità sta nel mezzo. Io, come psicologa, non posso discutere sempre, ogni volta, su ‘medicine sì, medicine no’. Non posso stare qui ad assegnare patenti di buoni (i pazienti) e cattivi (i genitori). Bisognava coinvolgerli tutti in una psicoterapia, cercare di influenzare i loro comportamenti ristrutturando le relazioni familiari, rafforzando la coppia per sganciare Guido.”
“Lei, dottoressa, sarà stanca di sentire i soliti discorsi ‘medicine sì, medicine no’, ma se con le vostre psicoterapie non riuscite a smuovere la situazione, a sbloccare Guido, se questo non prende neppure i farmaci – e quando li prende sta bene - il secondo infermiere é ormai in piedi, soffiando come un mantice, gli occhi che lampeggiano le bestemmie che non vorrebbe vomitare – mi dice, dottoressa, che c… facciamo noi quando questo scappa in mezzo al fiume ‘per fare perdere le sue tracce odorose’?”
“Meglio in mezzo al fiume che imbottito di medicine tutto il giorno! Vorrei vedere te al suo posto cosa faresti!” - Questa volta è l’educatore ad alzarsi in piedi, vene del collo dilatate e capelli dritti dalla rabbia -
A questo punto il medico si sente di dover intervenire perché le medicine dovrebbero essere il suo campo esclusivo:
“Non si tratta di imbottire nessuno, si tratta di convincere Guido ad assumere la minima dose efficace..”
“Ma se è efficace, se le medicine gli fanno così tanto bene, mi spiega, dottore, perché Guido non lo capisce e decide, lucidamente, perché secondo lei sarebbe lucido quando è sotto la ‘minima dose efficace’, perché dicevo, decide di smettere di curarsi, sapendo che starà di nuovo male?”
“Perché è matto! ecco perché e tu sei più matto di lui, se ancora non l’hai capito!” L’esplosione del primo infermiere, quello più giovane ed inesperto che balza in piedi, rosso in viso sorprende per un attimo un po’ tutti, compreso il suo protagonista , finchè non si apre il caos: l’assistente sociale si alza anche lei e strilla come un’aquila che si è stancata di fare figuracce in Comune, nelle ditte, negli uffici e …bla, bla, bla!
Qualcuno propone di ricoverare tutta la famiglia, un altro consiglia la comunità di non-so-dove, finchè un buontempone lancia l’idea del “ricoveriamoci noi ed i genitori e lasciamo fuori Guido, trovandogli un inserimento lavorativo al canile municipale”.

Non sappiamo se il provocatore paradossale è un infermiere, un’ assistente sociale, uno psicologo o qualsiasi altro operatore della salute mentale: lui (o lei) dice di esser un Riabilitatore. La parola, strana ed arcana, forse magica suscita una ridda di emozioni disparate: sgomento, sconcerto, fastidio, sufficienza…magari timore!
“Medicine, terapie con le parole? Vanno bene, sono strumenti utili e rispettabili, ma quando abbiamo uno come Guido che ha cinque anni o cinque mesi di assenza di risultati, forse sarebbe il caso, anzi, sarebbe stato il caso di dare una svolta ad una terapia ormai cronica come la sua malattia.”
“Ma noi le conosciamo queste cose della riabilitazione – intervengono il medico e la psicologa – i centri diurni, le residenzialità sono utili per ottenere l’adesione alle Psicoterapie e perché prendano le Medicine-Tutti- i-Giorni. Tutto il resto è un contorno che guarnisce la pietanza rendendola più facile da gustare e digerire.”
“E’ qui che vi sbagliate – replica il se-dicente riabilitatore, che subito dopo comincia a porre strane domande –
“Qual è la struttura che connette il granchio e l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti quattro con me? E me con voi? E tutti noi con l’ameba da una parte e lo schizofrenico con l’altra?” E’ una struttura, non un contorno, anzi è una meta-struttura che connette tra di loro gli esseri viventi, nel nostro caso i ‘sani’ con i ‘malati’: la Riabilitazione è una struttura empatica che permette alle persone di riconoscere le proprie affinità.”
Un attimo dopo, il riabilitatore, che chiameremo Bat(e)son, accende il radar e se ne esce svolazzando dalla finestra per cacciare insetti e impollinare cactus. E’ calata la sera e l’aria è dolce.

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La Riabilitazione può essere considerata tale se si trasforma in una struttura-che-connette empaticamente un insieme di relazioni umane.
Le relazioni possono essere già organizzate, come quelle che si instaurano durante i gruppi di lavoro o di attività, oppure come quelle che emergono durante i colloqui e/o le sedute di psicoterapia individuale, familiare, multifamiliare o di gruppo.
Relazioni organizzate sono anche quelle che si strutturano durante la somministrazione di terapie mediche.
Esistono poi le relazioni non organizzate che si creano spontaneamente durante i momenti di tempo libero, negli interstizi temporali, in realtà piuttosto ampi, tra un’attività codificata e l’altra.
Se quest’insieme di relazioni è connotato empaticamente, esso moltiplica la capacità di immedesimazione, di porsi cioè nell’interiorità dell’altro in modo che i pensieri e le azioni di ognuno (utenti ed operatori) siano compresi e, entro certi limiti, prevedibili. Se il sistema riabilitativo è in grado di produrre una funzione empatica, l’individuo può iniziare il processo di riappropriazione di una sua abilità fondamentale perduta che consiste nella capacità di immedesimarsi con se stesso, cioè di connettersi anche con il proprio sè, con le molteplici aree della propria personalità, da cui originano le sue azioni ed i suoi comportamenti.
Dunque la struttura-che-connette non agisce solo tra gli esseri viventi, ma agisce anche nelle loro singole interiorità. Se essa si blocca, tutti gli atti della giornata risultano privi di senso, perché sconnessi: in queste condizioni se noi lavoriamo solo sulle singole abilità riusciremo a dare ordine e senso apparente alla giornata, alla vita del paziente solo per un breve periodo. L’empatia, dunque, come struttura-che-connette, che dà senso e significato alle singole abilità del paziente, ai suoi pensieri, alle sue emozioni ed alle sue volizioni, premessa per una vita soddisfacente!
La struttura che connette tutte le abilità fondamentali è tutto ciò che esiste tra gli atti quotidiani di ciascuno di noi, tra le nostre abitudini e routines e la nostra creatività: tutte queste abilità debbono potersi articolare con quelle di altre persone. Probabilmente all’interno delle famiglie dove esiste un membro schizofrenico la struttura-che-connette ha cessato di essere empatica diventando un veicolo di fusionalità e di sovrapposizione completa ed assoluta con l’altro (padre, madre, ecc.).
In genere la quotidianità è primo fattore che il processo riabilitativo tenacemente tenta di ricostruire. Essa occupa un tempo che fino a quel momento era frammentato e si alternava con estensioni di vuoto atemporale che, inevitabilmente, tornano ad allargarsi per inglobare le scansioni faticosamente ricostruite, non appena la tensione riabilitativa si attenua.
Se si vuole evitare questa sorta di ritorno al passato della malattia, accanto al quotidiano, che giustamente il processo riabilitativo cerca di recuperare, deve poter emergere qualcosa di creativo, di non meccanico e ripetitivo: il tempo occupato dal lavoro, dagli obblighi, dai riti quotidiani rischia di trasformarsi in un tempo meccanico se non ha la possibilità di alternarsi con la libertà del tempo (vitale).
Ma se è vero che è nelle storie famigliari che si rinvengono i primi traumi che mettono in moto il processo schizofrenico, anche generazioni prima della nascita del futuro paziente, anche l’organizzazione socio-lavorativa, così come ci viene proposta dall’attuale sottocultura globalizzata, produce i suoi effetti e, quando si parla di re-inserimento sociale per lo psicotico chi si occupa di salute della mente dovrebbe porsi almeno una domanda: e’ utile pensare sempre e comunque di dover reinserire il ‘malato’ nella società e nel lavoro quando noi stessi, tante volte, ne siamo frustrati ed insoddisfatti? Non sarebbe meglio tentare di cogliere la critica profonda ed implicita che si nasconde in ogni sintomo psichiatrico?
Non sono forse finalmente i ‘sani’ a dover cambiare per mostrare concretamente ai ‘malati’ che esiste un’altro modo meno doloroso e distruttivo?
Forse é proprio questa la sfida più difficile che ci propone la Riabilitazione. E’ chiaro, in conclusione, che la Riabilitazione è una forma di terapia psichiatrica che ha una sua autonomia e dignità rispetto alle altre terapie psichiatriche, le psicoterapie e la farmacoterapia.
Lo strumento più importante che la Riabilitazione ha a disposizione è, come per la Psichiatria in generale, l’operatore.
L’operatore che lavora nell’ambito riabilitativo proviene da diversi percorsi scientifico-culturali divenendo un ‘riabilitatore’ quando acquisisce una forma mentis originale, attraverso una vicinanza fisica ed emotiva con gli utenti che dura ore ed ore e con cui condivide la quotidianità ed i momenti di creatività: è da questa vicinanza che può nascere il progetto terapeutico-riabilitativo, vettore di futuri cambiamenti evolutivi.
 
 
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