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I confini della psichiatria

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I confini della Psichiatria


Che differenza c'è tra la neurologia e la psichiatria, tra le malattie curate dall'una e quelle curate dall'altra? Sostanzialmente nessuna, se restiamo vincolati ad uno schema di pensiero bio-medico o organicista, dove la mente o la psiche si confondono con il cervello e il sistema nervoso centrale, riconoscendo quindi solo le alterazioni funzionali e quelle organiche. Solo se si procede verso una impostazione ecosistemica o relazionale, la psichiatria può distinguersi ed emanciparsi dalla neurologia, trovando nuovi partners fra le scienze umane e ponendosi in una terra di frontiera, indeterminata e mutevole, fra l'individuo e la società.

Paolo Ripanti


La Psichiatria è una branca della Medicina, che ha acquistato una sua indipendenza ed autonomia a partire dalla Neurologia. Nonostante il trascorrere del tempo, essa non sempre mostra un'identità precisa, probabilmente perché non è ben chiara l'esatta natura dell'oggetto del suo intervento.
Neppure il "Dizionario di Psichiatria" di Hinsie e Campbell ci aiuta più di tanto. Infatti se alla voce "Neurologia" troviamo una definizione netta e precisa: "branca della medicina che riguarda le malattie del sistema nervoso", alla voce "Psichiatria" lo stesso testo recita: "specializzazione medica che riguarda lo studio, la diagnosi, la terapia e la prevenzione dei disturbi mentali". Viene quindi detto che la Psichiatria si occupa di malattie mentali, ma non si chiarisce, come per la Neurologia, quale sia l'organo o gli apparati che essa si propone di studiare e curare.
Ciò è un fatto quantomeno singolare in quanto le malattie in senso bio-medico debbono essere 'organiche', cioè interessare organi ed apparati ed eventualmente l'intero organismo. Perché alla Psichiatria, 'specializzazione medica', non viene assegnato un apparato organico da studiare e curare, nonostante che le malattie psichiatriche si manifestino con disturbi funzionali, ma che rimandano per forza di cose ad un organo comunque ammalato, anche se ancora non presenta lesioni anatomiche o alterazioni biochimiche causali? Eppure, in quest'ottica, è evidente che l'organo in questione sia il cervello, cioè lo stesso substrato che è oggetto d'intervento della Neurologia: dunque malattie mentali, malattie del sistema nervoso centrale e malattie psichiche sarebbero sinonimi, come ugualmente lo sarebbero tra di loro termini come Mente, Psiche, Cervello e Sistema Nervoso Centrale. Perché questa ambiguità persino su una definizione di un dizionario specialistico?
L'ipotesi che io propongo, per spiegare questa strana confusione, è che non tutti vogliono o possono rendersi conto che la Psichiatria ha bisogno di attingere anche ad altri paradigmi di pensiero, perchè l'oggetto-malattia mentale non può essere circoscritto solo all'interno di un modello, quello bio-medico appunto, necessario ma non sufficiente. Utilizzando solo tale modello, la Mente o Cervello o Psiche è definibile in senso neuropsicologico come un "meccanismo per la trasmissione di segnali che arrivano agli organi di senso periferici, vengono trasmessi dai nervi sensoriali come pulsazioni di potenziali elettrici al Sistema Nervoso Centrale e vengono diversamente integrati e riflessi sui nervi motori, dando luogo ad un comportamento manifesto" (Bailey).
Ora se questo modello è sufficiente per la Neurologia, non lo è per la Psichiatria che, paradossalmente, nel campo delle malattie di sua competenza ottiene spesso risultati migliori, malgrado le minori certezze riguardo all'evidenza di lesioni organiche anatomiche e biochimiche. Basta pensare infatti alla Schizofrenia , che è forse il disturbo con la prognosi più sfavorevole: essa mostra un terzo di guarigioni spontanee e molti casi di stabilizzazione della malattia con una discreta qualità di vita. Tutto ciò apparirebbe come una strana incongruenza, a meno che non si ammetta che nel processo di guarigione giochino fattori terapeutici che non sono appannaggio della medicina del corpo, degli organi e apparati. Questa considerazione, che già si insinua nelle nostre menti quando leggiamo la definizione di 'Psichiatria' di Hinsie e Campbell, apre la strada ad una diversa ipotesi, in cui l'oggetto di studio della Psichiatria è sì la Mente o Psiche, ma non più considerata come sinonimo del Sistema Nervoso e del Cervello.
Se pensiamo infatti a parte della definizione che Bateson dà della Mente, come ad "un aggregato di parti interagenti <la cui> interazione è attivata dalla differenza, fenomeno privo di sostanza, atemporale e aspaziale", comprendiamo come non si possa limitare il nostro agire all'organo cervello per attenuare la sofferenza mentale, ma come al contrario si debbano trovare strumenti d'intervento sulle quelle "parti interagenti".
Pertanto la Mente in questo caso è un'entità che non coincide con i confini del soma e quindi non è limitata al cervello della persona, ma coinvolge il suo ecosistema. Questo va inteso come sistema vivente, cioè come 'mondo delle idee' in cui le parti interagenti sono animate da 'relazioni' che attivano una qualche terza componente (il ricevente). Ciò a cui reagisce il ricevente è una differenza o cambiamento. In sostanza è possibile pensare alla Mente ed ai processi mentali come ad un ecosistema, costituito non solo dall'individuo nella sua unità psicosomatica, ma anche da innumerevoli altri sottosistemi - le altre parti interagenti - che sono la famiglia, il mondo della scuola, del lavoro, del sociale, ecc., di appartenenza dell' 'individuo malato' e che intrattengono tra loro relazioni complesse, con il potere di influenzare in modo positivo o negativo quella che alla fine chiamiamo la salute mentale di una persona.
In questo senso la Psichiatria deve riconoscere tutte le sue dimensioni, da quella bio-medica a quella psicosociale, passando attraverso i contributi di tante altre discipline e scienze umane, quali la psicologia, la filosofia, la sociologia, l'antropologia, l'etnologia, la pedagogia , le scienze politiche, ecc. E' chiaro che in questa prospettiva il vecchio manicomio, come oggi i nuovi progetti di segregazione che si profilano in alcune proposte legislative, oltre che una barbarie, sono un assurdo: i recinti del passato e quelli che si vorrebbero costruire per il futuro sono troppo angusti e rigidi (e quindi fragili) per poter accogliere e dare risposta a tutti i contenuti che ci propone la follia.
Pertanto chi si occupa delle persone affette da disturbi mentali deve accettare la diffusione dei propri confini di intervento, anche a costo di una loro estrema mutevolezza ed indeterminazione, senza per questo dover perdere la propria identità di terapeuta ed i significati del proprio lavoro, essendo la Psichiatria sempre più terra di frontiera, nodo nevralgico dove s'incontrano e si scambiano le sofferenze più disparate.

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