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L'isola che non c'è
Equilibristi senza rete
I primi passi verso la riabilitazione
LA NASCITA DEL SERVIZIO DI PSICHIATRIA NEI RICORDI DI UN INFERMIERE
EQUILIBRISTI SENZA RETE
La scelta del contesto di cura dell’individuo che soffre, apre fin dagli inizi della riforma psichiatrica una ambivalenza inevitabile. Qui viene testimoniata nella protesta dei sostenitori del reparto di medicina contro quelli del reparto del Murri. Ma in generale nel momento in cui si avvia un processo di recupero della persona e del suo contesto di vita, scrollandole di dosso numeri e settori, da una parte, considerando i malati mentali al pari di qualsiasi altro malato, c’è la volontà di superare ogni discriminazione, con il rischio magari di esporre il paziente alla perdita della sua privacy; mentre dall’altra parte, cercando di curare la malattia con cure specifiche e in spazi adeguati, sorge la paura della ghettizzazione.
ll circo (particolare)- Marc Chagall
Agostino Ciciliani
Sono stato assunto presso l’Ospedale psichiatrico di Ancona nel 1975. In quel periodo i reparti erano chiusi ed erano designati con un numero: 3, 4, 5, 6, 7, 8. Ad ogni numero corrispondeva un tipo di patologia, ad esempio i reparti (uno per le donne e uno per gli uomini) chiamati con il numero 4 erano reparti geriatrici; e due reparti chiamati con il numero 5 erano deputati all’osservazione e così via.
Prima della legge n° 180 uscita nel 1978, presso l’Ospedale psichiatrico si procedette alla “liberalizzazione” di tutti i ricoverati: i reparti furono aperti e si costituirono i reparti misti, dando inizio alla “settorialiazzazione”. La settorializzazione significava che ogni reparto veniva chiamato con il nome della città da cui provenivano i ricoverati, ad esempio Ancona, Fabriano, Senigallia, Jesi. Infatti i pazienti che provenivano dall’ambito territoriale di Jesi venivano ricoverati nel reparto denominato “Jesi” e così via.
Infine nel 1978 fu aperto il Servizio di psichiatria presso l’Ospedale civile di Jesi. Era il mese di luglio quando un pomeriggio di sabato fui mandato presso l’Ospedale per assistere un malato ricoverato nel reparto di medicina. Subito dopo la “180” non avevamo le idee chiare per quanto riguarda i ricoveri e dove essi dovevano avvenire: se nel reparto di medicina o in reparti come gli attuali, comunque l’Amministrazione di allora ci diede il reparto di “medicina paganti”.
Per noi infermieri ed anche per i medici era tutta una novità. Andando con il ricordo a quel periodo, posso paragonare il nostro lavoro a quello degli equilibristi che si esibiscono senza la rete. Nonostante le difficoltà e le incertezze, lavoravamo con tanto entusiasmo e quando è arrivato l’ordine di trasferimento dall’ospedale di Viale della Vittoria al Murri, noi operatori ci siamo opposti. Ritenevamo e riteniamo la legge “180” una legge buona e da applicare con serietà, per cui è dovuta intervenire la Polizia per sedare la nostra protesta e costringerci ad andare al Murri. Nel reparto di medicina i nostri pazienti si trovavano bene, perché per la prima volta venivano considerati come gli altri ricoverati e non più emarginati. Per di più nei primi tempi il reparto del Murri che ci era stato assegnato era molto deprimente: mi ricordo che le serrande delle finestre delle camere erano rotte e si doveva stare, anche durante il giorno, con la luce artificiale; poi essendo ubicata nel piano sottostante la lavanderia dell’Ospedale, quando entrava in funzione la centrifugazione accadeva un rumore assordante e il pavimento del reparto entrava in vibrazione.
Nonostante l’ambiente, è stato un periodo molto interessante, perché eravamo in stretto contatto con i pazienti e potevamo capire meglio i loro problemi, le loro difficoltà e affrontare con loro momenti di ansia ma anche momenti di gioia. Sembrerebbe strano parlare di gioia in un luogo dove confluiscono generalmente persone segnate dalla sofferenza, ma non lo è, se si pensa che la gioia è fatta anche di piccole cose, come una parola di sostegno detta al momento giusto. Il personale di assistenza era affiatato e quando c’è l’accordo, il lavoro diventa meno pesante: c’era armonia tra operatori e anche mangiare alcune volte insieme a loro, costituiva una festa e serviva a rafforzare questo clima.
C’e da dire che da allora nel reparto sono cambiate molte cose e sicuramente in meglio: dall’ambiente all’organizzazione. Gli operatori con più anni di servizio possono dire di aver vissuto in prima persona una riforma rivoluzionaria, di aver combattuto delle battaglie per migliorare la società, di aver portato avanti con animo sereno una causa giusta. Il cammino verso una società più civile non è concluso, ma anzi c’è tanto bisogno dell’aiuto di tutti, affinché si possa insieme superare ogni forma di emarginazione e di esclusione sociale.
Telemaco Signorini - Sala delle agitate