Auguri Capo Horn Primavera Capo Horn: una leggenda, una realtà Andare o rimanere Col vento in poppa Una sfida per gli operatori I confini della psichiatria Sollievo per Capo Horn La struttura che connette Insupertravisioni

La Gazzella dello Sport

EDITORIALI

INSUPERTRAVISIONI

 

Lo spettacolo “Insupertravisioni”, in programma nella rassegna “Malati di niente”e realizzato il 3 marzo al Teatro San Floriano, ci stimola a proseguire la nostra riflessione sulle attività riabilitativedei nostri servizi, iniziata lo scorso numero con l’attività sportiva. L’atelier di pittura, il laboratorio di voce e canto, il corso di yoga, in funzione attualmente nel Centro Sollievo, più il corso di teatro e il gruppo di poesia, promossi periodicamente dal Servizio di riabilitazione Asiamente, svolgono attività che si richiamano ampiamente al mondo dell’arte, tanto che quasi un anno fa è stato prodotto il cd di poesie “L’amore non è un piripì” ed ora tutte le attività insieme hanno contribuito alla produzione di una rappresentazione teatrale. Quindi dovremmo parlare di attività artistiche. Ma cosa c’entrano queste con la riabilitazione, cioè con le possibilità di integrazione nel modo migliore possibile nella vita sociale? Insomma, nei nostri servizi si fa seriamente riabilitazione o si gioca a fare gli artisti più o meno improvvisati? Qui si cerca di tracciare le premesse teoriche e storiche dell’arte come terapia e quindi di illustrare brevemente il senso dello spettacolo.

 

Claudio Sbaffi

 

Può sorprendere che tante forme espressive dell’arte trovino oggi ospitalità nei servizi della riabilitazione psichiatrica o del sostegno alle famiglie, e perciò siano esercitate come attività terapeutiche e riabilitative. Alla sorpresa può aggiungersi un certo scetticismo, quando si constata la modestia di tanti elaborati espressivi. Lo psicologo obietterà che il loro valore è soprattutto terapeutico, in quanto mezzo di regolazione dell’attività emozionale, processo di riappropriazione, attraverso la coerenza del gesto artistico, del rapporto tra il personale mondo simbolico e la necessità umana della comunicazione, quindi contributo significativo alla realizzazione del benessere psicofisico individuale. Valore riconosciuto fin dall’antichità alla dimensione artistica, tanto che fra questa e la psicopatologia il pensiero occidentale ha intessuto momenti importanti di riflessione.

Ci si chiederà allora come mai l’arte sia approdata nei luoghi del disagio e della malattia e più in generale nei luoghi della vita quotidiana o dell’esperienza comune. Ha abbandonato forse i musei e le gallerie, dove i suoi prodotti sono collocati su remoti piedistalli ed esposti con un’aureola di irrealtà mista a timore? Come mai invece gesti banali e comuni come l’atto del respirare, l’annaffiare i fiori, il giocare a palla, stendere uno schizzo su un foglio di carta, imbrattare una superficie, percuotere uno strumento, ecc. assumono ora connotati artistici? Perché l’arte non prende più le distanze dalla realtà, si confonde con i prodotti usuali o, anziché identificarsi con un prodotto finito e nettamente distinguibile per qualità, si risolve in un esercizio, in una pratica, in un allenamento?

Sia lo sviluppo delle possibilità tecniche di conservazione e trasmissione dei dati del mondo sensibile (possibilità non più limitate solo al mondo intellettuale), sia la consapevolezza, dataci dalla rivoluzione freudiana, della repressione millenaria subita dalle zone “basse” della nostra vita psichica e della necessità di avviarne la liberazione, hanno fatto scattare negli ultimi tempi un concomitante processo di rivalutazione della sensorialità.

Già nella metà del ‘700 il filosofo tedesco Baungarten aveva fatto fare all’estetica un ritorno alle sue origini, cioè al suo significato etimologico, dando pieno risalto alla sensorialità, alla vita dei sensi (vista, udito, tatto, equilibrio statico e dinamico, cinestesi). E all’inizio del ‘900 le scuole più avanzate di psicologia della percezione (gestaltismo, transazionismo) affermavano il potere formativo e strutturante insito nell’attività sensoriale, che non è inferiore né dipendente dall’attività intellettuale, ma si pone in sincronia ideale e di fatto con questa.

Per giunta l’attentato continuo e sistematico alla pienezza della nostra vita sensoriale, compiuto da tutta una serie di condizioni di vita e di lavoro, obbliga l’estetica a non limitarsi al momento oggettivo e scientifico, indagando come funzionano i nostri sensi (con la fisiologia, la neurologia, la psicologia della percezione e del comportamento), ma a passare al momento artistico, quale teoria e pratica di un loro miglioramento qualitativo. L’estetica smette di fare da teoria all’arte, svolgendo un ruolo ancillare nei suoi confronti, ed inizia ad occuparsi del quotidiano per convertirlo in estetico, facendosi arte, esercizio; mentre l’arte diventa estetica, quindi terapia dei sensi.

Per il filosofo americano Dewey fra l’esperienza quotidiana e quella estetica non c’è alcuna differenza, se non di intensità nel vivere l’una e l’altra. Si tratta di pervenire al giusto punto di vista intensivo-qualitativo per compiere il passaggio dalla esperienza generica, abitudinaria, fluente, senza capo né coda, perfino disturbata ad una esperienza individualizzata e organica. Per il regista polacco Grotowski l’attore deve passare dal gesto banale al segno ritmicamente articolato, che costituisce l’essenza di un’espressione integrale.

Date queste premesse, si può cominciare a capire perché non è una forzatura parlare di artisti nel caso degli utenti e anche di alcuni operatori dei servizi riabilitativi. Nello scorso numero di Capo Horn Paolo Ripanti parlava dell’attività sportiva sorta da un bisogno terapeutico e riabilitativo degli stessi operatori. Inoltre gli operatori, che possono chiamarsi operatori estetici, potrebbero sentirsi in una situazione privilegiata per il trovarsi a vivere a contatto con tanta copiosità artistica, che inevitabilmente matura e affina il gusto estetico, condizione indispensabile per non diventare preda del facile e del volgare.

E’ stata questa forse la preoccupazione maggiore e l’intento di “Insupertravisioni”, lo spettacolo che ha riunito in un happening mattutino gli esiti, gli oggetti finiti e gli elaborati “in fieri”, e i diversi stili dei vari laboratori e corsi dei nostri servizi riabilitativi e sociali: sottrarre gli spettatori ad una visione convenzionale e piatta, dove appaiono solo gesti comuni ed etichettati, per farli entrare nello stesso arduo processo estetico degli attori. La pianta ottagonale del teatro ha permesso di modificare l’impianto palcoscenico-sala, realizzando per gli attori quattro spazi scenici ed uno spazio centrale con corridoi diagonali, quindi per gli spettatori un numero minimo ed obbligato di quattro angoli visuali. Il nome dato allo spettacolo, preso dallo stesso nome della rappresentazione teatrale di Asiamente Group, vuole significare di andare oltre la visione unica e standardizzata della realtà, per tentarne l’accesso con una percezione sinestetica e collettiva e poterne cogliere la problematica e straordinaria complessità.

 

 

Torna alla pagina iniziale
 

|Editoriali|Memoria|Orientarsi|Stigma|Percorsi|Muoversi|Expressarte|

|La Gazzella dello Sport|News|Le copertine di Capo Horn|