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Capo Horn

     Equilibristi senza rete I primi passi verso la riabilitazione L'isola che non c'è News

L’isola che non c’è

Per iniziativa di due psichiatri, ai quali si affiancheranno poco dopo tre giovani tirocinanti, prende avvio, nel settembre 1995 negli spazi riciclati e limitati del CSM di Corso Matteotti, quell’esperienza di riabilitazione che troverà poi la sua adeguata sede nel marzo del 1998 con l’apertura del Servizio di riabilitazione di via Contuzzi. Il DSM può così offrire un’opportunità terapeutica in più, in paricolare un approccio ai disturbi psichici che privilegia il rapporto paritario fra le persone nella pratica della comunicazione e del coinvolgimento.

                                                                                                                                                                
   

        Antonella Trosini e Gilberto Maiolatesi


L'isola che non c’è” è questo il titolo che è stato dato alla prima festa di Natale organizzata per i frequentatori del centro diurno. All’epoca (dic. 95) non avevamo una nostra struttura dove svolgere le attività. Gli ambulatori del centro di salute mentale si trasformavano per due volte alla settimana in luoghi di ritrovo per i pazienti, che trascorrevano in modo diverso alcune ore della giornata. In una stanza, seduti in circolo, con poca libertà di movimento, leggevamo il quotidiano e lo commentavamo, inventavamo delle fiabe, rilegavamo dei libri, organizzavamo delle uscite e poi alla fine dell’incontro ci salutavamo bevendo del tè e mangiando delle fette biscottate con marmellata.Una rivoluzione! Uno shock terapeutico! Pensate solo che quei locali,durante il giorno utilizzati come ambulatori da medici, assistenti sociali, infermieri, psicologi, nel pomeriggio venivano stravolti e “rivoltati” profondamente nelle relazioni. Dietro la scrivania del medico ora sedeva Marcellino, che si impegnava a disegnare e pitturare con a fianco il “dottore” che lo aiutava a “fare”....A “fare” insieme, certo, con uno scopo: ciò era essenziale e per questo rivoluzionario e forse anche un po' sconvolgente. Era il novembre ‘95 e stavamo terminando il tirocinio postlaurea, affacciandoci con grande curiosità a questa nuova esperienza terapeutica attivata pochi mesi prima (settembre ‘95) dal Dott. Ripanti e dalla Dott.ssa Marsili. Eravamo entusiasti del clima che si creava ad ogni incontro, eravamo soddisfatti style="mso-spacerun: yes"> per le possibilità di socializzazione che offrivamo a persone che rimanevano spesso isolate nelle proprie case, eravamo orgogliosi per la partecipazione assidua dei pazienti ai gruppi e i loro sguardi, le loro parole, le loro battute ci davano la forza per continuare ad impegnarci in quella che si prospettava come una grande avventura. Nel corso degli anni sono stati tanti i momenti di sconforto per non riuscire ad otteneradegli spazi adeguati dove svolgere e attuare il nostro lavoro. Tante sono state leriunioni fatte a tre dopo aver terminato l’orario di lavoro, per decidere come sfruttare in modo migliore le minime risorse a nostra disposizione. Abbiamo così organizzato un gruppo dei familiari con la collaborazione dellaDott.ssa Strappelli; abbiamo elaborato progetti riabilitativi sui pazientie raccolto dati sulla loro frequenza. Ci accorgevamo che non potevamo più andare avanti in quella limitatezza di spazi: le richieste aumentavano sempre di più. In effetti, ormai 12-13 persone frequentavano costantemente il gruppo riabilitazione e anche se leggi dello Stato prevedevano e regolavano l’intervento riabilitativo, una sede alternativa sembrava un’utopia.Come dicevamo prima, un momento estremamente importante e delicato era l’ora del tè.Era lì intorno al tavolo, consumando del tè sempre troppo bollente, che si discuteva più o meno seriamente e si tiravano le conclusioni della giornata. Ci si preparava al saluto, ma era anche il luogo in cui nascevano nuove idee, alcune troppo fantastiche, altre giustamente creative. Non era importante avere una tecnica riabilitativa precisa (anche se noi preferivamo seguire i consigli di Spivak sulla riabilitazione psicosociale), era importante “esserci”, stare vicino a chi per troppo tempo si era isolato dentro la sua malattia, perso in quel suo mondo incompatibile con altri mondi. Ricordando Loren Mosher, l’ideatore e il creatore di “Soteria” una Comunità in California: “stare insieme allo psicotico è l’unica terapia (...) perché l’affetto è prassi dell’essere presente”.che tentavamo e che tentiamo di affermare è che ogni processo terapeutico-riabilitativo si incardina sulla pratica della comunicazione, non esclude nessuno, perché questo è il primo passo per il sorgere dell’affetto. La comunicazione apre la strada al coinvolgimento, alla possibilità di ricevere. Siamo convinti che per fare un buon lavoro riabilitativo è necessario che si superi l’esclusione e l’isolamento, è indispensabile che chi soffre, si accorga che gli altri sono disponibili a realizzare, con lui, i suoi desideri e che spesso questi sono simili e/o identici ai desideri di altri.Che cosa era per noi la riabilitazione psichiatrica? E che senso davamo al nostro impegno e al nostro lavoro? Era sufficiente essere formati professionalmente per essere dei bravi operatori? No, non era e non è sufficiente. Occorre sicuramente uno “scarto” in più, perché la riabilitazione non è una sommatoria di tecniche da sottoporre meccanicamente a chi soffre, a chi è in disagio. La riabilitazione per noi è migliorare la qualità della vita dei pazienti. Riabilitazione è per noi fantasia, creatività e affetto, è restituire diritti e dignità. Non è solo saper fare un cestino di vimini, e saper prendere l’autobus, ma è specialmente creare la motivazione per fare o non fare qualcosa, è rigenerare nelle persone la giusta tensione emotiva per riuscire ad iniziare un nuovo giorno e alzarsi dal letto un po’ meno impauriti soli.“Nulla accade se non lo hai sognato prima” (Carl Sandburg): era questa la frase che avevamo scritto nel nostro primo rudimentale strumento di lavoro (un grande raccoglitore di cartelle e dati sui frequentatori del gruppo)Possiamo ora dire, con soddisfazione, che dal marzo del 1998 abbiamo avuto la nostra sede per continuare al meglio il lavoro iniziato. E’ emozionante come all’inizio lavorare con le persone che frequentano la nostra struttura, denominata Servizio Riabilitativo Residenziale e Centro Diurno e che da poco abbiamo iniziato a chiamarla ”Asiamente”. 

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