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|La Gazzella dello Sport|

 

Sport come strumento d'integrazione sociale ovvero

LA GAZZELLA DELLO SPORT


Dalla ricerca di un nuovo modo di parlare e di fare sport, attraverso gli strumenti di un giornale, "Capo Horn" e del suo inserto "LA GAZZELLA dello SPORT" , ad un primo tentativo di teorizzare le valenze coterapeutiche e riabilitative del gioco e del gruppo di lavoro che si rinvengono nella pratica sportiva.

In questi ultimi tempi lo sport sembra allontanarsi sempre di più dalla vita reale che coinvolge la gente comune.
L'estrema e dannosa esasperazione di cui è oggetto gli ha fatto perdere i suoi significati autentici: ciò che ne rimane, nella percezione di noi tutti. è un turbine di denaro e di debiti immensi unito ad un'immagine mediatica sovraesposta, dove i protagonisti rappresentano tutto meno quello che dovrebbero e cioè una sana ed armoniosa integrazione della mente e del corpo.
Assurdamente belli, ricchi sfondati oltre ogni realistico e possibile merito, spesso capricciosi, a volte dopati e voraci, sono sempre più lontani da quella funzione di ponte che lo sport, con lo spettacolo che ne è annesso, dovrebbe gettare tra i giovani e la società.
Sorge spontanea, allora, la domanda: ma a noi che malgrado tutto ancora crediamo nello sport come vettore di una funzione positiva, a noi che, anzi, stiamo cercando di proporlo come strumento d'intervento nell'ambito della tutela della salute mentale (in un ambiente, tra l'altro, spesso conservatore e conformista) che possibilità rimangono?
Probabilmente, a noi come a chiunque creda nello sport e si annoveri tra la 'gente comune', rimangono le armi dell'ironia, del paradosso e dell'iperbole che trovano il loro compendio, all'interno di "Capo Horn", nell'inserto della "Gazzella dello Sport".
Nella "Gazzella" parliamo di sport, di agonismo, di ingaggi e di contratti pubblicitari, come se anche noi potessimo prendere parte ad un mondo inavvicinabile, per sottolinearne il carattere assurdo ed irrazionale: quella che sembra essere l'autoironia di chi si confronta quotidianamente con la "malattia mentale" diventa anche e soprattutto una critica indiretta di ideologie e comportamenti ritenuti seri e normali ma che in realtà sono probabilmente più assurdi ed irrazionali di quelli attribuiti alla Follia.
Questo per tentare di spiegare perché abbiamo scelto la particolare modalità di parlare di sport con la "Gazzella", evidente parodia del noto e simpatico quotidiano.
Naturalmente, oltre che trovare un modo diverso per parlare di sport, noi operatori ed utenti, cerchiamo di fare sport e per questo abbiamo costituito l'Associazione Polisportiva Asiamente (ovviamente senza pretese e senza ambizioni di risultati tecnici del benchè minimo rilievo) per poter diventare un soggetto portatore di un diritto riconosciuto dalle istituzioni.
A questo punto rimangono da esporre i contenuti, i motivi concreti, al di là delle modalità comunicative e degli strumenti attuativi, del perché crediamo che lo sport possa essere utile nell'ambito della tutela della salute mentale.
Esso, innanzitutto, è uno strumento di recupero di quell'unità mente-corpo cui sopra accennavamo: troppo spesso la Psichiatria è una disciplina attenta quasi esclusivamente ai contenuti concettuali del disagio psichico, dimenticando le problematiche 'fisiche' degli utenti che invece sono altrettanto importanti per una reintegrazione del Sé.
Pertanto, quando non è possibile utilizzare quelle forme di psicoterapia che lavorano anche sul corpo o, comunque, quando è utile fornire ad esse un supporto che vada nella stessa direzione, si può lavorare per coinvolgere l'utenza in attività sportive, sapendo che queste possono contribuire al suo benessere psichico.
Lo sport, inoltre, può essere un veicolo di socializzazione e quindi di reintegrazione sociale.
Ciò si verifica, soprattutto, negli sport di squadra e comunque nelle attività fatte in gruppo: esistono delle regole, sia quelle che riguardano il gioco stesso (calcio, pallavolo, ecc.) che sono preesistenti, sia quelle che riguardano la preparazione tecnica ed atletica, che ogni gruppo si dà liberamente, tenendo conto della propria esperienza: in ambedue i casi queste regole costituiscono un potente fattore per il ripristino ed il mantenimento dell'esame di realtà.
Tale esame di realtà si produce, fondamentalmente, attraverso il riconoscimento dell'esistenza dell'Altro (compagno o avversario) di cui è necessario tenere conto se si vogliono ottenere soddisfazioni, prima fra tutte il puro divertimento, fino ad arrivare alla consapevolezza di 'aver giocato bene', secondo le proprie possibilità, indipendentemente dal risultato.
E' questa un'esperienza di socializzazione che quindi non deriva solo da fattori generici (quali, ad esempio, il fatto che lo sport, come qualsiasi altra attività, è un pretesto per frequentare altre persone, per uscire di casa, ecc..) ma deriva da fattori più specifici quali quelli originati dalla costituzione di un vero e proprio gruppo di lavoro che ha uno scopo da raggiungere e che utilizza metodi e strumenti prefissati.
Dunque è possibile vedere come, da una dimensione individuale, di recupero della propria integrità e del proprio benessere personale, tramite lo strumento dello sport, si può accedere ad una dimensione più ampia che permette una (re-)integrazione sociale dove le esperienze (la fatica fisica, l'agonismo, la tensione, le emozioni di gioia e di delusione, fino al risultato conclusivo di sconfitta o di successo) vengono sempre condivise e mai subite, soprattutto quelle negative, in solitudine.
Se si è vinto è anche merito del singolo, se si è perso si potrà dividere il peso della delusione con i compagni e riconoscere che gli altri, gli avversari, sono stati più bravi e fortunati.
Altro si potrebbe aggiungere ma, per concludere, sembra opportuna almeno una considerazione che riguarda il come si è arrivati a pensare allo sport quale strumento di 'cura' del disturbo mentale all'interno della nostra équipe.
Il benessere psicofisico, raggiungibile anche grazie ad una discreta forma fisica, ed il gioco, in quanto capacità di impegnarsi all'interno di una cornice di regole ed in quanto capacità di liberare fantasia, raziocinio ed energie, sono dimensioni talmente profonde dell'essere umano che, una volta riunite nello sport, meglio possono essere colte dai pazienti, nonostante la loro corazza di autismo, anche e soprattutto perché gli operatori stessi possono coinvolgersi in modo autentico. Si potrebbe dire, anzi ricordare che i bisogni dei 'folli' sono più simili ai nostri stessi bisogni di persone 'normali' più di quanto in genere siamo disposti a pensare.
Non è un caso, infatti, che è stato proprio attraverso la riscoperta del gioco come bisogno personale di alcuni operatori, che avevano necessità di evadere, magari solo per poche ore, da una realtà dura e stressante, che si è cominciato ad es. a giocare a calcio: attraverso la loro riabilitazione si è riusciti così ad iniziare un analogo processo con gli utenti.