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Via dei matti numero zero

 

Cosa succede ad un giovane che ha completato un programma riabilitativo con successo e vuole reinserirsi?…


F. Depero - Paesaggio metafisico

Luca Grifi


Mi chiamo Luca e sono ospite da due anni e quattro mesi di una struttura riabilitativa in seguito a problemi interpersonali e psicologici. Avendo completato il mio percorso terapeutico, gli operatori mi hanno prospettato la possibilità di andare a vivere da solo, invece di continuare a chiedere ai miei familiari di riprendermi con loro, come sempre avevo fatto fino ad allora. "Puoi farcela!", mi ripetevano così tante volte, che alla fine ho cominciato a crederci anch'io. Finalmente avevo scopi e prospettive!
Ma a questo punto sono nate le prime difficoltà di trovare un alloggio, per la diffidenza che i proprietari hanno ogni volta che debbono mettere in casa qualcuno che non conoscono, o per via degli affitti troppo alti. "Ostacoli comuni a tutti..." mi ripetevo e che pensavo di superare agevolmente, continuando la ricerca con tenacia. Purtroppo però, piano piano, ho scoperto che il vero problema era il pregiudizio dei proprietari degli appartamenti nei miei confronti, non in quanto persona sconosciuta, ma al contrario perché ero ben identificabile e cioè perché ero e sono tuttora un utente del Dipartimento di Salute Mentale!
Ora mi trovo bloccato e non so più a chi rivolgermi: se ai servizi sociali del Comune o alla fine, come estrema risorsa, a qualche ente benefico, come la Curia o la Caritas o altro (alcuni tentativi in queste direzioni sono già stati fatti, ma con esito negativo).
Nell'attesa continuo a rimanere in una struttura sanitaria senza più una giustificazione terapeutica. Infatti, se per mesi e mesi ho continuato e continuo tuttora a lavorare, a confrontarmi con gli operatori e soprattutto con gli altri ospiti con cui collaboro, ricevendone in cambio affetto, amicizia e disponibilità e se, in sintesi, forse, sono diventato un uomo migliore, pur rimanendo fedele a me stesso, ora la struttura dove sono ospite sta diventando per me insopportabile, perché non risponde più ai miei bisogni. Sia io sia gli operatori siamo consapevoli che esiste il rischio concreto che la comunità, che finora mi ha aiutato a progredire, diventi una specie di gabbia.
Ma se a casa non è opportuno che torni, se nessuno è disposto a darmi un alloggio, dove posso andare?
Ovviamente debbo rimanere e sperare che qualcuno possa aiutarmi concedendomi un minimo di credito. Del resto la società civile è tale perché si fonda sul senso di cooperazione e di fiducia e prevale su sentimenti quali la paura ed il sospetto, che spero diventino sempre più retaggi del passato. Nel frattempo, per non abbattermi troppo, attenuo la mia angoscia cantando tra me e me quella canzone di Vinicius de Moraes, che sicuramente conoscerete e che fa:
"…era una casa molto carina, senza soffitta senza cucina,
non si poteva entrarci dentro, perché non c'era il pavimento,
ma era bella bella davvero, in via dei matti numero zero".
Questo articolo ha ispirato una recente intervista, apparsa sul Corriere Adriatico del 05/09/03.

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