Cinque anni fa, nel 1998, è durata due mesi l’avventura
e si è conclusa con una fuga a piedi. Sono fuggito da un luogo
lontano, nei Pirenei, la catena montuosa fra la Francia e la Spagna.
All’inizio ero felice di essere ospite di quella Comunità,
dove ero stato accolto per iniziare un percorso di disintossicazione
da farmaci, alcool e droghe leggere. In realtà erano anni che
non bevevo, perché prendevo l’Antabuse, sostanza che contrasta
gli effetti dell’alcool e dissuade così la persona a ricadere
in questo “vizio”. Inoltre ero anche stanco di assumere
psicofarmaci che non dovrebbero essere indispensabili per dormire.
Avevo scelto questa località così lontana, per sottrarmi
alle vecchie amicizie e alle cattive compagnie. Il viaggio era interminabile:
avrò percorso almeno 5000 km assieme ai miei genitori, pieno
di valigie e abiti eleganti.
La comunità si trovava in un castello bellissimo, appollaiato
sul cucuzzolo di una montagna tutta innevata: ero arrivato giusto in
tempo per festeggiare il Natale e l’ultimo dell’anno!
Però, subito qualcosa mi mostrò come il mio soggiorno
non sarebbe stato dei più semplici: i miei genitori se ne andarono
senza che io me ne accorgessi; non potei neppure salutarli, evidentemente
perché così aveva disposto la direzione della comunità!
Ciònostante, dimenticai rapidamente quel brusco distacco, perché troppo
grande era la mia felicità “di essere libero” per
iniziare la mia nuova vita, intatta!
Neppure il pensiero che avevo appena abbandonato la mia professione
di geometra che esercitavo da circa 15 anni nello studio tecnico del
mio papà bastava a rattristarmi.
Poi, mentre aspettavo che mi fosse assegnato il mio posto letto, commisi
l’imprudenza di estrarre un pacchetto di Marlboro per fumarmi
una sigaretta. Mi saltarono tutti addosso e, rimasi senza le mie fidate
compagne, finite tra le labbra degli altri ospiti.
Le cose stavano rapidamente prendendo una piega poco rassicurante…
Mi accompagnarono in una capanna di legno molto pulita, ma arredata
in un modo che non riesco a definire: era troppo brutta ed ospitava
anche dei topi! Chiesi un farmaco che avrei dovuto assumere, ma non
mi venne concesso, perché lì non se ne faceva uso. ‘Dopo’,
dicevano e compresi che improvvisamente avrei dovuto fare senza!
E voi vi chiederete, ma quel castello bellissimo, per chi era?
Era per i due dirigenti, rinchiusi nella loro splendida torre. A noi
100 spettava solo di tenerlo accuratamente pulito.
Per noi, a disposizione c’era solo la capanna di legno da dividere
con i topi. Comunque sia il Natale si avvicinava sempre di più.
Dopo la mia prima delle 15 notti insonni che avrei trascorso, m’imbattei
nella prima mia colazione, a base di prodotti scaduti da tempo immemorabile.
Era un vero incubo! Nonostante il puzzo, feci ciò che tutti
gli altri da tempo avevano imparato a fare, cominciando a scansare
la muffa, a bermi lo yogurt e a inghiottire burro e cioccolata senza
nessuna soddisfazione.
La mattinata incominciò con i primi lavori; spaccare la legna
e nutrire i maiali che lo imparai, come tutti i miei compagni, ad invidiare,
perché sicuramente mangiavano meglio di noi.
Vi risparmio la descrizione dei pranzi e delle cene che erano veramente
schifosi, perché l’immagine dei pentoloni fumanti con
i cavolfiori ancora mi perseguita. I giorni e le notti non passavano
mai, anche perché la notte non riuscivo a dormire: neppure un
caffè o un tè ci era concesso per spezzare la monotonia
della giornata.
A quel punto, nella mia mente cominciava a balenare un bel progetto:
LA FUGA! Purtroppo si trattava di un progetto prematuro, perché non
erano ancora passate le feste natalizie, ed io ero attentamente sorvegliato.
Intanto arrivò il giorno di Natale; mi dissero che non dovevo
riposare in branda, ma dovevo vestirmi adeguatamente per partecipare
alla grande festa di Natale che si teneva dalle 10 a mezzanotte in
un hangar allestito da noi ospiti.
Eravamo tutti uomini, nonc’erano donne neppure a pagarle oro,
neppure uno straccio di operatrice rinsecchita! Non potevamo fare altro
che puntare sul bancone dove il caffè, indifferente, bolliva
sul fuoco, spargendo odori invitanti.
E allora? Tutti addosso al caffè, che però era decaffeinato, è ovvio!
Eravamo tutti incazzati neri, confusi in un bailamme di lingue e di
dialetti più disparati, per dire che il caffè era “decaffeinato”,
non era vero caffè: ci avevano fregato ancora una volta!
E il panettone? Il torrone? Lo spumante? Il pandoro? E ancora prima
tortellini, lasagne, manicaretti vari? Neppure l’ombra!
C’erano solo gamberoni bolliti ed avariati, con il solito corteo
di yogurt e cioccolata scaduta, che nessuno aveva il coraggio di mangiare,
nonostante la grande fame. Questa tragica festa venne replicata l’ultimo
dell’anno: non ne potevo più, ma riuscivo a sopportare,
perché appena due giorni ancora e poi, finalmente, avrei ricoperto
il ruolo di capoposto attorno al castello, con il compito di distribuire
le sigarette a tutti gli altri miei compagni di sventura. Quella sarebbe
stata l’occasione buona per dare corpo al mio progetto di fuga:
me la svignai a gambe levate e, per di più, fumando come un
turco! Alla faccia della comunità. Arrivato al primo paesino,
dopo 2 o 3 ore di corsa, ebbi un passaggio da un operaio fino alla
stazione di Peau. Ero ormai salvo, salii sul primo treno in partenza
per Bordeaux, dove si trovava l’ambasciata italiana che mi avrebbe
rispedito in Italia.
Lassù, nel castello in mezzo alle montagne, lasciavo 100 persone.
Perché non erano fuggiti tutti come me, vi chiederete? Forse
non coltivavano più speranze, forse, senza saperlo veramente,
aspettavano di morire, perché erano tutti sieropositivi e, la
morte sarebbe stata più veloce di qualsiasi fuga. Forse neppure
a Samarcanda sarebbero stati al sicuro…