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Memoria
 

L'isola che non c'è Equilibristi senza rete I primi passi verso la riabilitazione

LABORATORI PROTETTI
 

                                  I PRIMI PASSI VERSO LA RIABILITAZIONE



Gli inizi della professione di un infermiere, che oggi lavora presso il nostro DSM, coincise con l’esperienza storica dei laboratori protetti. Questi nacquero dal fermento creatosi con la legge 431 del 1968, la quale introdusse il concetto di volontarietà della cura psichiatrica e la possibilità di una cura al di fuori dell’Ospedale psichiatrico, e cessarono nei primi anni ottanta. Vengono ricordati in successione i due laboratori protetti interni all’Ospedale psichiatrico di Ancona, poi il laboratorio esterno all’Ospedale, quindi i laboratori decentrati nel territorio provinciale (Jesi, Falconara, Senigallia), in particolare quello di Montecappone a Jesi. Al di là dell’occasione di maturare un’esperienza umana significativa, con i laboratori protetti siamo ancora nell’ambito dell’ergoterapia, il cui obiettivo principale consisteva nel tenere occupato il paziente in una qualche attività possibilmente produttiva, senza ancora la visione globale della riabilitazione, che considererà sia la persona nelle sue molteplici componenti (biologica, psicologica, sociale) sia il contesto specifico con cui la persona interagisce.



Agostino Ciciliani


Eravamo verso il 1972-73 e avevo conseguito da poco il diploma di infermiere psichiatrico, quando tramite l’Amministrazione provinciale fui chiamato dal dott. Paciaroni, un primario dell’Ospedale psichiatrico di Ancona, per andare a lavorare in un laboratorio protetto, esterno all’ospedale. Si trattava cioè di seguire il laboratorio maschile, già operante all’interno dell’ospedale, la cui attività consisteva nell’assemblaggio di pezzi di plastica per una casa farmaceutica. Esisteva anche il laboratorio femminile che produceva maglie. I due laboratori protetti nacquero dentro l’ospedale e derivavano dalla legge 431 del 1968: mentre quello maschile venne trasferito all’esterno, quello femminile rimase sempre interno. Per il resto l’Ospedale psichiatrico, detto comunemente manicomio (mania=pazzia e comio=cura), si gestiva da solo come una città ed aveva anche una colonia agricola. Fra i tanti lavori che venivano svolti, accenno al calzolaio, al barbiere, al cucire le maglie di lana, alle ricamatrici, ai lavori nei campi. Tutti questi lavori col trascorrere degli anni andarono scemando: attività rimaste fino alla chiusura della struttura furono la dispensa e la cucina. Vorrei precisare che ogni attività era condotta da una persona qualificata, che veniva individuata nell’infermiere in possesso dell’attitudine specifica richiesta. Oltre all’infermiere c’erano, a seconda del tipo di lavoro, uno o due pazienti che venivano mandati a lavorare dietro il parere del medico (metodo molto discutibile, in quanto non teneva conto delle capacità lavorative individuali).

Ebbene il laboratorio che dovevo seguire era situato in via De Gasperi, una via verso il Distretto militare, in un garage-negozio posto a pianterreno. Alle otto si apriva. Tra i ragazzi, alcuni venivano col pulmino dall’Ospedale psichiatrico, altri venivano dalla città di Ancona. Dopo aver assunto le terapie ed aver firmato un foglio di presenza, firma indispensabile per aver diritto alla paga giornaliera di mille lire, utile anche per incentivare la frequenza, ognuno di loro andava al suo posto di lavoro, oppure leggeva il giornale, oppure dialogava con altri presenti. Il pranzo veniva consumato tutti insieme, poi si riprendeva fino alle 16. Così avveniva tutti i giorni dal lunedì al venerdì della settimana.
Dopo circa due mesi il dott. Paciaroni, responsabile del laboratorio, mi diede il compito di aprire un Laboratorio protetto a Jesi, perché allora abitavo ancora in questa città. Per esso fu impiegato il primo piano della villa del Seminario vescovile in località Montecappone. Lo raggiungevamo, io e alcuni ragazzi, con l’autobus messo a disposizione dal Comune di Jesi, che ci prendeva in piazza Bramante e ci riportava lì alla sera. Questi ragazzi, che ricordo con piacere, oggi hanno una certa età come me: alcuni non ci sono più come Annibaldo, altri, come Paolo, Fabio, Elio, si ricordano ancora di quel tempo. Io li ringrazio ancora oggi per avermi imparato il mestiere di infermiere, questo lavoro dove gli esami non finiscono mai. Dal primo giorno che si è aperto il laboratorio, dovetti pensare ad organizzarmi con i pochi attrezzi inviatemi dall’Amministrazione provinciale e privo di materiali. Cosa potevo farci con un trapano a colonna, una saldatrice senza bombola e un grosso banco da lavoro? Ero aiutato dal custode del Seminario, ma lui non sapeva nulla di questi ragazzi ed io avevo poca esperienza. Per fortuna fra essi c’era un uomo più maturo degli altri, che aveva fatto il falegname. Andai in Comune e ottenni dal ragioniere capo di farci aggiustare alcune sedie del Teatro e i cartelloni di affissione dei manifesti elettorali. Questi erano di faesite con appoggi di legno, mentre oggi sono di lamiera e ferro. Il lavoro durò per diverse settimane e tutti ci siamo impegnati, dietro l’esperienza di questa persona con problemi, ma molto attenta nel suo mestiere. Avevo organizzato la giornata in questo modo: al mattino, arrivati tutti, si discuteva di quello che si era fatto la sera prima a casa; poi si andava alle varie occupazioni fino all’ora di pranzo, mentre chi non aveva voglia, si distraeva guardando chi lavorava; dopo pranzo molte volte si giocava a pallone, oppure a carte o con altri giochi fino alle 16, quando arrivava il pulmino e si ritornava a casa. Il mio lavoro qui cessò quando venni sostituito da Carlo Parlapiano e Amedeo Panti, che avevano vinto il concorso da istruttori. Ricordo che andammo io e Parlapiano nelle varie fabbriche artigianali per chiedere lavoro e trovammo una pelletteria che ci diede del materiale da incollare. Vorrei dire che giustamente dovevano esserci gli istruttori, per insegnare il lavoro a persone in difficoltà e per poi inviarle nelle varie fabbriche, che avessero richiesto tale personale.
Perché allora sono stati chiusi questi laboratori? Le risposte possono essere queste: 1) erano una istituzione quasi manicomiale; 2) comunque, da come erano gestiti, non potevano far fare un ricambio di pazienti: quando uno era entrato, non usciva dal giro, salvo eccezioni; 3) il lavoro non era un lavoro come impegno e non poteva dare le speranze che si attendevano. Oppure si doveva fare quello che avevano in mente gli Amministratori provinciali di allora: cioè in sostanza una fabbrica per fare i segnali stradali per tutta la Provincia di Ancona. Questa idea era stata proposta nel giorno dell’inaugurazione del laboratorio dall’allora presidente della Provincia, il compianto prof. Borioni, davanti alle autorità civili e al vescovo di Jesi. Con questo progetto si sarebbe dato lavoro a persone che sapevano lavorare, affiancando loro persone svantaggiate. Credo che non si è fatto nulla per questione di soldi. Così finì la mia esperienza. Il laboratorio venne chiuso verso gli anni 80 come gli altri laboratori della provincia di Ancona. 





Umberto Boccioni – Quelli che vanno

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