Auguri Capo Horn
Primavera
Capo Horn: una leggenda, una realtà
Andare o rimanere
Col vento in poppa
Una sfida per gli operatori
Paolo Ripanti
UNA SFIDA PER GLI OPERATORI
Per chi come noi, lavora nelle strutture intermedie, residenziali o semiresidenziali, esiste sempre il problema di evitare quella che Basaglia ha definito la "follia istituzionale", prodotta da un certo modo di fare scienza, un modo che trasforma la persona in un malato senza speranza. Per noi operatori del settore si pone cioè il problema di far accettare, prima di tutto a noi stessi, poi a pazienti ed ai loro familiari ed infine alla società civile, la realtà della follia come "condizione umana" che va trattata "dove essa ha origine, cioè nella vita".
Ciò è tanto più vero ed attuale, quanto più in questo particolare periodo della vita del nostro paese si sente soffiare un vento sempre più forte di restaurazione che cerca di segregare i folli, permettendo a coloro che non tollerano la convivenza con i diversi di ‘metterli da qualche parte’. D'altronde non sembra un caso che le proposte di legge, regionali e nazionali, anche se con diverse sottolineature (con pelose ipocrisie in certi casi, con chiare rozzezze in altri), sembrano andare decise verso la riesumazione del manicomio. Un tale clima di ritorno ai fantasmi del passato rappresenta una minaccia concreta, ma allo stesso tempo costituisce una sfida per gli operatori che dovranno dimostrare, come è già successo in passato, che "l’impossibile diventa possibile", che le strutture sanitarie psichiatriche possono e devono aprirsi all’esterno, se vogliono realizzare un effettivo reinserimento sociale e migliorare la qualità della vita degli utenti. Probabilmente, per realizzare questo obiettivo, occorrerà mettere da parte quello che Basaglia chiamava il "pessimismo della ragione" per abbracciare "l’ottimismo della pratica", dimostrando così che si può lavorare proficuamente con delle persone, in un Servizio Riabilitativo Residenziale (SRR) o in un Centro Diurno (CD), senza necessariamente fare opera di mero controllo sociale o, ancor peggio, di manicomializzazione.
E’ partendo da queste premesse che fredde ed anonime sigle, quali SRR e CD appunto, hanno potuto acquisire l’identità e la storia di "Asiamente". Ma non solo, perché Asiamente è anche un’associazione sportiva e culturale, è cioè qualcosa di più ampio: è un’interfaccia tra l’Istituzione Sanitaria e la Società Civile, dove il malato, accettato nella sua condizione umana di folle, ridiventa un individuo che può incontrarsi con altri individui. Come associazione sportiva, Asiamente può usufruire degli impianti sportivi della città godendo di particolari agevolazioni, intrattenere rapporti con altre associazioni sportive e non, confrontarsi con altri Centri Diurni e Comunità Residenziali, viaggiare l’Italia per partecipare alle manifestazioni sportive, facendo sempre nuove esperienze e conoscenze. Come associazione culturale, Asiamente organizza manifestazioni artistico-musicali ricevendo il patrocinio di enti pubblici e avvalendosi della collaborazione di altre associazioni culturali. Tutto ciò permette di cominciare a mostrare un’immagine meno truce della Psichiatria e della Follia e, poiché feste e manifestazioni culturali sicuramente non sono sufficienti, Asiamente ha fondato questo periodico di "resistenza mentale", grazie al quale possiamo render noti questi nostri progetti. Capo Horn ha un corrispettivo telematico che andrà presto ad inserirsi nella Rete Civica Jesina nel sito www.asiamente.it (già sargassi.it): in questo modo si potranno raggiungere fasce sempre più ampie di popolazione, ponendo rimedio allo storico isolamento del folle e di coloro che lo curano.
Naturalmente c’é ancora molto lavoro da fare: attivare nuovi contatti con altre associazioni, soprattutto con quelle che si occupano di disagio mentale, come ad esempio l’Associazione per la Tutela della Salute Mentale, o con altri enti e istituzioni importanti, come il Tribunale del Malato. E’ inoltre indispensabile stabilire legami con il mondo del lavoro a cominciare dal cooperativismo sociale, in modo organico e non episodico come forse è accaduto finora, perché il lavoro può esser un grande fattore terapeutico, in quanto consente autonomia e aumento dei livelli di autostima. Naturalmente ciò è una competenza non solo di Asiamente, in quanto struttura intermedia, ma di tutto il Dipartimento di Salute Mentale con cui vengono condivisi i progetti terapeutico-riabilitativi.
Infine è fondamentale, ancor prima del lavoro, poter assicurare alle persone, che con grande fatica e conflitti spesso laceranti si sono allontanate dalla propria famiglia, la possibilità di disporre di una casa dove continuare o concludere il proprio percorso terapeutico-esistenziale: troppe volte infatti si sono persi mesi solo perché non esisteva per il paziente un’abitazione disponibile!
Si tratta dunque di portare avanti un processo complesso, che coinvolge non solo il DSM, ma anche i familiari e i pazienti stessi (che potrebbero avvalersi degli strumenti del Gruppo di Auto Mutuo Aiuto e del Gruppo dei Familiari) e, inevitabilmente, la società che sta ‘fuori della Follia’, vale a dire gli enti pubblici, le associazioni del volontariato o meglio l’associazionismo in genere ed ogni singola persona disposta a dare il suo contributo.
Se si riuscisse a percorrere questo cammino lungo e difficile, ma sicuramente affascinante, probabilmente, come diceva Basaglia, non sapremo "che cosa sia la follia ", sapremo solo che "in noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione e che la società..., per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia".
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